Entra in scena la musa invisibile

Secondo la storica Germaine Greer, Anne Hathaway ispirò al marito molte figure femminili, Giulietta compresa. Anche se lui la trascurò nel testamento

Raddrizzare i torti della storia può trasformarsi in una straordinaria missione. Specialmente se coincide con la propria vocazione primaria: rendere abili le donne al ruolo di persone. Germaine Greer, una delle più famose femministe del Ventesimo secolo - che sulla reputazione e il ruolo delle donne ha giocato la vita e la carriera - ci ha provato con la moglie di quello che probabilmente è il più grande personaggio della storia della letteratura: William Shakespeare.
In Shakespeare’s Wife (Bloomsbury, pagg. 416, sterline 20), la Greer fa di Anne o Agnes Hathaway - la figlia di un fattore di Stratford-upon-Avon, che a 26 anni, incinta e più anziana di lui di otto, sposò uno Shakespeare diciottenne - l’ennesimo «eunuco femmina». Ma questa volta a castrare la figura di una fanciulla timorata di Dio non sarebbe stata soltanto la società, e meno che meno il marito, bensì gli stereotipi acidamente misogini degli scholar. Gli studiosi più o meno impolverati delle università mondiali e i cristallini critici letterari anglosassoni - che bevono sonetti e commedie del Bardo ogni mattina insieme all’ovetto a colazione - e, ultimi per dottrina ma primi per incassi, gli sceneggiatori di molteplici vite del genio di Amleto e Macbeth, si rifiutano da centinaia di anni di accettare l’atroce verità: i due, pur essendo marito e moglie, si amavano. Eccome. E lei era la sua musa. Eccome.
«La possibilità che una donna - ha dichiarato la Greer a proposito delle motivazioni che hanno spinto il mondo dei dotti a dimenticare Anne - potesse essere stata vicina al loro idolo più e meglio di quanto loro non avrebbero mai potuto e avesse potuto comprenderlo più e meglio di loro: questa possibilità non può essere contemplata». Quanta invidia. Invidia e paura. Sentimenti meschini che hanno riempito i libri di storia della letteratura di considerazioni altrettanto meschine: Anne era solo una povera zitella che rimanendo incinta è riuscita a incastrare il genio, imbrigliandolo in un matrimonio che non avrebbe mai voluto, mentre il suo cuore, e poi il suo corpo, galoppavano a Londra.
Ma la Greer, armata di prove, è giunta lancia in resta a far crollare le tesi di questa lobby di macho intellettuali ma isterici: i giovani Anne e William approfittarono della dolce attesa per convincere le rispettive famiglie a iniziare le trattative per il matrimonio. Anne, indipendente femmina del XVII secolo, dopo la partenza del genio da Stratford all’inseguimento degli allori, crebbe tre figli da sola, garantendone la sopravvivenza fra inverni rigidi e carenza di cibo. Questo finché non incominciò a far affari con il malto e a prosperare prestando denaro (a quale tasso di interesse non è specificato).
È pur vero che gli Shakespeare vissero separati gran parte delle loro vite. Totalmente separati, se ancora possiamo capire che cosa questo significhi in un’epoca senza tv, cellulari, Internet e altre diavolerie del genere. È pur vero, egualmente, che i due rimasero «insieme» fino alla morte e che Shakespeare tornò a passare i suoi ultimi anni, dal 1610, a «New Place», una delle più belle e imponenti case di Stratford. La casa che Anne, come sottolinea la Greer, aveva acquistato e ristrutturato. Perché Anne lo amava. Anche se sapeva che le strade di Londra erano piene di tentazioni a luci rosse. Anche se i feroci gossip secenteschi - più veloci di qualsiasi web - non le risparmiavano notizie come quelle della presunta omosessualità del marito e della pubblicazione, nei due anni in cui la peste fece chiudere i teatri, di due poemetti erotici, Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia.
E siccome Anne lo amava e lo dimostrò - se non altro appoggiandone la «fuga» per proteggerla dai giudizi impietosi dei vicini - fu lei e non altre (o altri), conclude la Greer, il vero modello delle donne costanti delle commedie e delle tragedie del maestro. È ad Anne che dobbiamo dolcezze, spasmi d’amore e virtù di Giulietta, di Ofelia, di Elena di Tutto è bene quel che finisce bene, di Molto rumore per nulla e così via. È ad Anne che dobbiamo (e questa è forse la teoria più audace del volume) la pubblicazione postuma del «First Folio» che conteneva 36 drammi del Bardo, di cui 18 ancora sconosciuti e tra questi La tempesta e Macbeth.
Il proposito del volume sembra ammirevole, persino condivisibile quando, a cinquecento anni dalla morte, tenta di offrire alla «grande donna dietro al grande uomo» un principio di riscatto dall’umiliazione perpetrata da posteri «bardolatri», come li chiama la Greer. Peccato che crolli miseramente di fronte a quell’unica riga che William dedicò, in punto di morte, alla sua metà, in un testamento che val più di mille lettere d’amore. Non la chiamò Anne. Non la chiamò «beneamata», secondo la formula di rito. Ma soltanto «moglie». E non le lasciò nulla di nulla. Tranne un letto buono e qualche mobile.