Epatite B, la sconosciuta

Trovare un comune denominatore tra società scientifiche e associazioni pazienti contro l’Epatite B, perché la popolazione ha ancora scarsa percezione della malattia e servono campagne mirate. Inoltre coinvolgere i medici di famiglia e quindi la «medicina del territorio», mettendo in piedi anche un’indagine conoscitiva sulla situazione italiana, per arrivare il prima possibile a conclusioni operative. Sono le proposte concrete di Cesare Cursi, vicepresidente della commissione Sanità del Senato, intervenuto all’incontro «Epatite B, un’epidemia sconosciuta», che si è tenuto nella capitale. In Italia i numeri della malattia fanno riflettere: nella sua forma cronica, fa registrare 14mila nuove infezioni ogni anno, con conseguenze gravi come cirrosi e tumore del fegato; tra i 600mila e un milione di portatori cronici del virus, di cui un terzo legato all’immigrazione; fino a 300mila le persone con malattia potenzialmente progressiva. «Dobbiamo mettere in piedi campagne di informazione mirate, che coinvolgano il medico di famiglia, affinché sappia dare un messaggio chiaro e preciso sull'Epatite B - afferma Cursi - Inoltre sarebbe opportuna a gennaio un’indagine conoscitiva della Commissione Sanità, per adottare delle linee guida fondamentali sulla patologia. La vaccinazione è importante anche per gli immigrati così come i nuovi farmaci, per chi deve fare già i conti con il virus B». Tra gli ultimi in particolare l’entecavir (Bms), che abbassa la carica virale e frena l’insorgere delle resistenze ai farmaci. Le risposte all’emergenza sono sostanzialmente tre, come raccomanda anche l'Unione Europea: una vaccinazione più a tappeto (soprattutto per i neonati, i bambini e i soggetti a rischio), un’efficace campagna di educazione sanitaria, e lo screening costante dei gruppi più a rischio, in particolar modo gli immigrati. Le politiche sanitarie devono quindi porsi l’obiettivo «della vaccinazione non solo dei neonati, ma anche degli adulti a rischio - aggiunge Giampiero Carosi, della Società italiana di malattie infettive (Simit) - dell’educazione sanitaria e dello screening mirato», così come recentemente raccomandato anche dalla Commissione europea. Per potenziare l’attività di prevenzione e di terapia, gli epatologi si augurano anche «maggiore collaborazione con i medici di base - sottolinea Maurizio Koch, gastroenterologo del San Filippo Neri di Roma e rappresentante dell’associazione dei gastroenterologi ed endoscopisti ospedalieri (Aigo) - che devono avere gli strumenti per sapere indirizzare i pazienti nelle strutture specializzate».