Equità e mercato meglio tornare a San Tommaso

L’antico problema della ridistribuzione della ricchezza al centro di un libro del banchiere Giovanni Bazoli

Giovanni Paolo II ha segnato una svolta nel pensiero della Chiesa a proposito del mercato. Pur sottolineando, infatti, che il mercato non può risolvere i bisogni umani non «solvibili», cioè quelli che non possono essere soddisfatti pagando un prezzo, ha tuttavia affermato: «Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni». Questo è il nòcciolo teorico attorno al quale ruota il libro del professore-banchiere Giovanni Bazoli, Mercato e disuguaglianza pubblicato dalla Morcelliana. Libro ricco che si presta a grandi discussioni.
Bazoli prende le mosse dal tema della globalizzazione e dai fattori negativi che si sono accompagnati ad essa, marcatamente le disuguaglianze economiche e le minacce incombenti sull'ambiente naturale. Cercando le ragioni che hanno portato agli effetti degenerativi della globalizzazione «dobbiamo riflettere - scrive il professore - sulle linee di politica economica che hanno guidato tale processo, ispirate ai vecchi principi liberisti di deregulation e agli altri obiettivi che si trovano chiaramente enunciati, ad esempio, nel Washington consensus», espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson. Questo pensiero indicava alcuni indirizzi per sviluppare l'efficienza dei mercati: dal controllo della spesa pubblica, alle privatizzazioni, dalla liberalizzazione alla libertà del commercio. Si sosteneva, e secondo noi a ragione, che per rendere efficiente il mercato occorreva seguire questa strada. La ridistribuzione sarebbe spettata ad altri. Alla politica globale che non c'è stata.
«L'attitudine dell'economia di mercato a conseguire risultati di interesse generale - scrive ancora Bazoli - attraverso un'attività primariamente realizzata a vantaggio di pochi, è compromessa dall’incapacità finora dimostrata di attenuare le disuguaglianze economiche e sociali». Questo è vero in parte perché, come è noto, laddove la globalizzazione è arrivata il numero dei poveri è diminuito. La disuguaglianza, in certi casi, no. Ma la diminuzione della disuguaglianza è un compito del mercato? Questa è - secondo noi - la questione di fondo. A questo riguardo Bazoli scrive: «Se è vero che l'impresa non persegue di per sé, spontaneamente, un obiettivo di equità e di eguaglianza, non per questo si può avallare la concezione secondo cui il problema dell'equità assume rilevanza solo a posteriori e al di fuori dell'ambito economico, ossia come compito politico di redistribuzione della ricchezza prodotta dall'attività economica. Come è noto, questa tesi - ossia che l'equità sociale sia da considerare un tema estraneo al momento della produzione, da affrontare in sede politica come problema di redistribuzione della ricchezza prodotta - a lungo ha dominato nell'opinione pubblica liberale. Tale prospettiva risulta sempre più inaccettabile». Ci chiediamo: come è possibile inserire il momento ridistributivo nel mercato? Si possono, in altre parole, unificare i due momenti: quello della creazione della ricchezza e quello della sua ridistribuzione secondo canoni di giustizia sociale?
L'insieme di queste riflessioni e problemi è nuovo in ambito cattolico ed è rivelatore di una posizione sostanzialmente ostile al mercato. A noi sembra che, da questo punto di vista, sarebbe utile riprendere la distinzione aristotelico-tomista tra la giustizia commutativa che riguarda i rapporti economici e il mercato, rapporti tra singoli, e la giustizia distributiva che regola i rapporti tra quello che oggi chiameremmo lo Stato e i singoli.
Può far riflettere che uno degli esponenti più importanti delle scuola filosofico-teologica di Salamanca, Louis de Molina, nel 1614 scrivesse che il salario era una questione di giustizia commutativa, di «un individuo che può dare in affitto se stesso per rendere un servizio ad un altro», e non una questione di ridistribuzione del reddito. Altri erano i soggetti che avrebbero dovuto occuparsi della giustizia distributiva. Non siamo sicuri che il pensiero di Giovanni Bazoli al riguardo si muova nella stessa direzione.