«Era una guerra che andava fatta e che l’Italia vinse»

I ragazzi del ’36. L’avventura dei fascisti italiani nella guerra civile spagnola (Rizzoli, pagg. 389, euro 23) è uno dei primi tentativi di far luce su una pagina della storia italiana che nel migliore dei casi è rimasta nel silenzio, nel peggiore è stata demonizzata. L’autore, Massimiliano Griner, è specialista di storia contemporanea, si è già occupato di episodi e momenti del ventennio fascista, ma non è uno storico accademico: il suo lavoro «ufficiale» è quello di sceneggiatore di fiction tv, come Distretto di polizia. Il che non gli fa perdere nulla del rigore scientifico, ma gli consente, rispetto a molti colleghi professori, di scrivere con uno stile scorrevole raro negli storici italiani.
Griner, lei dice che questo momento della storia «è rimasto per decenni avvolto in un’immeritata penombra». Perché? E perché la giudica immeritata?
«Perché si tratta di una guerra che il fascismo ha vinto, forse l’unica, a parte quella di Etiopia che però è tutt’altra cosa. E poi perché oggi è difficile non riconoscere che era una guerra che andava fatta. Cosa che, invece, all’epoca era chiara: basti pensare che l’Inghilterra non ha mai fatto nulla per impedire l’intervento italiano. Tutto ciò, la vittoria fascista e la necessità della guerra, finora è stato imbarazzante da ammettere».
Perché era una guerra che andava fatta? Forse perché fu davvero, almeno in parte, una crociata contro il comunismo?
«Sì, senza alcun dubbio. Senza la vittoria di Franco, in Spagna si sarebbe affermato un regime comunista. Anche se, all’inizio, l’intervento venne deciso da Mussolini contro quella Francia che stava conquistando posizioni. Poi però si fece più forte la valenza ideologica».
E allora per quale motivo, soprattutto all’inizio, il fascismo agì in silenzio, senza tutta la propaganda e anche la retorica che, per esempio, accompagnò la guerra in Etiopia?
«Il regime agì in sordina perché, se avesse ufficializzato l’intervento, se lo avesse “regolarizzato”, avrebbe corso il rischio di scatenare una guerra “ufficiale” contro la Francia e altre potenze».
Chi erano i volontari fascisti? Che cosa cercavano in Spagna?
«Molti erano militari: quasi tutti gli ufficiali che andarono a combattere lo fecero spontaneamente. Poi c’erano i civili. Alla fine, circa 50mila».
Nel suo libro lei parla dell’«indubbia partecipazione popolare» all’avventura spagnola.
«Io riporto documenti da cui emerge chiaramente che ci fu un afflusso enorme di domande di arruolamento, molto superiore alle reali necessità. Si è parlato a lungo, nella storiografia ufficiale, di coscrizioni: la maggior parte dei combattenti in Spagna, cioè, sarebbe stata o mandata a forza o costretta dalla fame e dalla disperazione, dal soldo. Ebbene, sia tra i fascisti, sia tra gli antifascisti, le motivazioni per andare a combattere furono, nella stessa misura, varie: l’ideologia, il bisogno di avventura, anche il denaro, certo, ma allo stesso modo da ambo le parti».
Secondo la storiografia post fascista, quelli che appoggiavano la Repubblica, i buoni, lo erano davvero; quelli a favore di Franco, i cattivi, no. È così?
«Paradossalmente, si potrebbe dire che fu al contrario. Non c’è traccia di atrocità commesse dai combattenti italiani. L’ordine di fucilare gli eventuali fuoriusciti italiani che combattevano dall’altra parte, dato da Mussolini, non fu mai eseguito».
Una parte del libro è dedicata a Davide Lajolo, alla sua conversione, cioè ai modi diversi in cui raccontò la guerra in Spagna prima e dopo il ’43, data in cui passò dal fascismo alla resistenza: è una storia isolata o il caso emblematico di tanti intellettuali di quegli anni?
«È un eclatante caso emblematico. Lajolo prima della sua “conversione” all’antifascismo, nel ’43, aveva raccontato in un certo modo l’avventura spagnola, perché era fascista e credeva nel fascismo. Dopo, cambiò completamente: pensi che le condizioni meteorologiche di una stessa giornata, quella della partenza del piroscafo “Lombardia” che salpa da Gaeta verso la Spagna, nel racconto prima del ’43 sono buone, in quello successivo, naturalmente, sono peggiorate».
Perché, a differenza per esempio della campagna di Russia, non c’è, nella memoria e nella letteratura, un’epopea con libri, romanzi? Perché non c’è un Mario Rigoni Stern della campagna di Spagna?
«In realtà c’è e si chiama Renzo Lodoli, autore del bellissimo Domani posso morire. Il guaio è che il libro venne pubblicato nel 1939 e poi cadde nell’oblio, nonostante la sua altissima qualità».
Perché?
«Per la rimozione che c’è stata su questa guerra. E, attenzione, è un libro in cui, nonostante la mancanza di libertà di stampa, nonostante la censura del regime, la guerra viene raccontata senza retorica, nella sua grandezza e nel suo orrore. Fu più facile, caduto il regime, parlare della memorialistica sulla campagna di Russia perché in questo modo era insita una condanna sui mali del fascismo».
Lei parla anche dei massacri compiuti dalle due parti, scrivendo che spesso quelli «di sinistra» furono maggiori di quelli di destra.
«Non lo dico io. Lo disse, per esempio, l’ex primo ministro radicale Manuel Azaña: “Le uccisioni in zona repubblicana erano molto più numerose di quelle commesse nella Spagna in mano ai ribelli”. Questo nel corso della guerra. È chiaro che poi, dopo la vittoria, il franchismo commise, per repressione, punizione o vendetta, una lunga serie di eccidi».
L’appoggio di Mussolini a Franco fu decisivo per la vittoria finale?
«Assolutamente sì, fu di enorme importanza, soprattutto perché consentì al caudillo il passaggio dello stretto di Gibilterra. La storia non si fa con i “se”, ma se Mussolini non fosse intervenuto in Spagna, tutto sarebbe stato diverso».
E alla fine, per Mussolini e il fascismo, fu un vantaggio o no?
«Il governo fascista, finita la guerra, non seppe saldare i conti. Prendiamo per esempio le isole Baleari, basi strategiche importanti, come si vide poi nel corso del conflitto mondiale: furono lasciate a Franco. L’insipienza del nostro governo impedì di trarre vantaggi dalla vittoria».
Non crede che il suo libro possa essere tacciato di revisionismo?
«Spero che giunga presto il momento in cui revisionismo non venga più considerata una parolaccia. Io ho cominciato da zero, senza preconcetti, ho usato documenti, fonti, fatti, senza pregiudizi. Se tutto questo è revisionismo, che sia benvenuto».
Lei è un personaggio anomalo nella storiografia italiana. Autore di libri specialisti, ma non professionista: lei fa lo sceneggiatore. Si sente un alieno nella storiografia ufficiale?
«Un po’ sì, fatico ad adeguarmi e ho più difficoltà a conquistarmi la fiducia delle fonti, soprattutto quelle istituzionali. Ma questo mi permette una maggiore libertà».