Era "Renzo" il partigiano che trafugò le carte

Sulla vicenda dei Diari di Mussolini è forse il momento di provare a fare i nomi. Chi si cela dietro la misteriosa identità del figlio dell’ex partigiano di Dongo possessore delle carte? E chi sarebbe il «notaio di Bellinzona» nella cui cassaforte sono chiusi i documenti parzialmente presentati da Marcello Dell’Utri? Voci insistenti, in Svizzera, hanno indicato come custode dei Diari il notaio Sergio Salvioni di Locarno: ma l’interessato ha smentito recisamente, senza considerare appunto che trattasi di Locarno e non di Bellinzona. Ridde di indiscrezioni hanno riguardato anche altri noti professionisti che operano nel Canton Ticino.
Dunque non si conosce ancora con certezza chi sia a gestire il bollente affare, con la discrezione totale richiesta in una condizione del genere. Fino a quando, naturalmente, ciò che è finora avvolto da mistero non verrà portato alla luce del sole. Non meno interessante è scoprire l’identità dei personaggi che, da sessant’anni, detengono le scottanti carte: inevitabile definirle tali, per l’accanimento mediatico che si è scatenato su questa vicenda (anche nel caso in cui, paradossalmente, si dovesse trattare di falsi).
Il «partigiano di Dongo», in base alle informazioni in nostro possesso, è Lorenzo Bianchi. Un personaggio controverso, rimasto sempre in ombra, tanto da aver scelto di vivere appartato, trasferendosi in Svizzera già nel primo dopoguerra. Bianchi aderì alla Resistenza e divenne partigiano assumendo il nome di battaglia di «Renzo». Originario di Lomazzo, in provincia di Como, dove nacque nel 1922, fu uno dei protagonisti della scena di Dongo nei giorni drammatici della cattura e della fucilazione di Mussolini e dei gerarchi della Rsi. Sapeva tutto del tesoro del Duce e maneggiò anche le borse del dittatore: dapprima confermò di aver letto il nome di Churchill su una delle cartelline che formavano i dossier mussoliniani, ma, in seguito, si rimangiò l’affermazione. Forse per essere aiutato a tenere la bocca cucita, Bianchi venne mandato a fare il croupier al Casinò di Campione d’Italia, dove acquistò la residenza, e non fu l’unico ex partigiano a trovare impiego nella casa da gioco.
Bianchi mantenne la consegna del silenzio, ma, già ai tempi del processo di Padova sull’oro della Repubblica sociale e sui delitti compiuti a Dongo, processo celebrato nel 1957, dovette collaborare con i difensori di parte civile delle vittime per scagionarsi da un’accusa che pendeva sulla sua testa: quella di aver ucciso, in concorso con altri, cinque militi fascisti nelle giornate calde della Liberazione.
Del resto, «Renzo» sapeva tutto ma proprio tutto. Conosceva i crimini compiuti dalle bande di partigiani comunisti: dall’incameramento dell’oro di Dongo agli omicidi commessi per occultare il colossale furto.
Il partigiano «Renzo» fu amico del comandante della Brigata garibaldina che arrestò Mussolini, Pier Bellini delle Stelle, nome di battaglia «Pedro». Ci fu un certo traffico di documenti, in quelle storiche giornate donghesi. Bianchi venne in possesso - non sappiamo ancora come e quando - di un malloppo di carte, di cui non sta emergendo per ora che la minima parte. E forse si tratta di quella «sbagliata».
Nelle frequenti rimpatriate con il suo antico comandante «Pedro», che si svolsero a Campione fino agli anni Ottanta, probabilmente si parlava anche di quei documenti custoditi, pare, in una cassapanca. Nel 1983, i presunti Diari mussoliniani furono offerti in visione allo storico britannico Denis Mack Smith. Cinque anni più tardi, nell’88, il partigiano «Renzo» moriva lasciando in eredità ai figli le agende oggetto dell’attuale disputa. Non va peraltro dimenticato che, nel 1994, ci fu l’assaggio dei manoscritti pubblicati dal londinese Sunday Telegraph. Ma l’operazione andò male, perché tanto gli storici, quanto i figli del Duce gridarono alla «bufala».
Ora sarebbe il figlio di «Renzo», Maurizio, a reggere le fila dell’operazione Diari. Maurizio Bianchi vive anch’egli nella Svizzera italiana dove svolge un'attività commerciale.
Negli ultimi due-tre anni, da quanto sta emergendo attraverso molte testimonianze, frenetici sono stati i contatti intrattenuti e molteplici i tentativi di vendere i presunti Diari del Duce. Sforzi non coronati da successo, e veri e propri fallimenti, come l’offerta - avanzata alla Biblioteca di Lugano e rifiutata dall’autorevole istituzione - di cedere gli autografi per 1,5 milioni di franchi, l'equivalente di quasi due milioni e mezzo di euro. Il direttore della Biblioteca luganese, temendo di incorrere in un infortunio come quello dei falsi Diari di Hitler, chiese di poter trattare direttamente con la famiglia Mussolini o con lo Stato italiano.
La trasmissione di approfondimento di attualità Falò, che va in onda questa sera alle 21 sulla prima rete della tv svizzera Tsi, svelerà alcuni retroscena sull’opera di intermediari che hanno proposto a grandi personalità italiane della politica e dell’economia l’acquisto dei Diari per l’astronomica cifra di venti milioni di euro.