Era la saponetta della Juve Adesso non lo batte nessuno

È diventato così grande che non perde il vizio di scomparire alla vista. Etereo tranne nelle mani. Para rigori, ma spesso ricordiamo chi sbaglia il tiro. Non lui che ti ipnotizza. Il Manchester United batte il Chelsea ai rigori? Già, la zappata di John Terry. Non il rigore finale parato da Van der Sar ad Anelka. Vince trofei (è già arrivato a 31 in 17 anni da professionista), ma contano gli altri. Vabbè, poi in porta giocava Van der Sar. È sempre l’uomo in più. Non perché ti salva. Ma in quanto presenza ineluttabile. Non raccontate ad Ancelotti che si possono vincere gli scudetti e le coppa con Van der Sar in porta. Lui è riuscito a perderlo nella fatal Perugia. Ci resterebbe male. Non ditelo alla Juve, che se n’è liberata come i giochi vecchi dei bambini. Un po’ ridicolo. Una saponetta. Così simpatico, però sorpassato. Meglio spendere danari per Buffon. Eppure, a livello di club, Van der Sar è diventato Van der Best, o Van der Star: ha vinto tanto col Manchester e conquistato una bella manciata di record. E Buffon uno con il mal di schiena, con annessi scricchiolii della carriera.
Ed oggi, a quasi 39 anni, Edwin Van the Save ne ha combinata un’altra: è ad un passo dalla china (domani con il Blackburn), ad una manciata di minuti dal record d’imbattibilità europea (1390 minuti) detenuto da Dany Verlinden, portiere che passò gran parte della carriera nel Brugge, che ha tenuto il record del più anziano giocatore di Champions prima che glielo strappasse Costacurta e che dalle sue parti ribattezzarono The wall (il muro). Van der Sar che, ai tempi dell’Ajax, è stato ribattezzato con il più leggiadro «mani di fata», non ha mai dato quella sensazione vigorosa di un muro. Piuttosto una canna al vento, ma che alcun vento ha mai definitivamente spezzato. Da oltre 21 ore non subisce gol (1302 minuti), gli basta un’altra ora e mezza per impataccarsi di leggenda.
Diciamolo, quand’era alla Juve pareva un bamboccione, un bambinone cresciuto, un po’ svanito, dalle meravigliose orecchie a sventola. Ideale per strappare un pizzico di tenerezza a qualunque mamma italiana, non certo per metter in ansia pedatori pronti a impallinarlo senza pietà. L’abbiamo tutti sottovalutato. La Juve per prima. Lo dicono anche i numeri. In Italia ha giocato 66 partite eppoi tanti saluti. Nell’Ajax ne giocò 226, nel Fulham ne ha sommate 127. Al Manchester, dove mani di fata è diventato «Ice rabbit» (coniglio di ghiaccio), è già oltre le 120. È diventato uno straordinario, sommesso, pararigori, prendendosi anche la rivincita sul cucchiaio di Totti. Quella maglia numero uno è sempre sembrata troppo grande e forse per questo, in allenamento, Edwino preferisce il 14 che divenne mito sulle spalle di Cruyff. E, chissà mai, forse l’ispirò.
L’imbattibilità è una formula di vita che gli piace tanto: lo è stato fra i portieri delle nazionali non subendo reti per 1013 minuti tra il 2005 e il 2006, ha parato tutti i rigori possibili per un anno e cinque mesi, è stato imbattibile in Champions League quando difendeva l’Ajax. È stato impietoso con il Chelsea, che lo guidasse Mourinho o altri. Mandò in confusione Ibrahimovic davanti al dischetto durante gli Europei 2004. Due avvertimenti per l’Inter, squadra che gli fa pruder le mani.
È entrato nel gotha dei grandi vecchi, che spesso sono portieri. Così in punta di piedi, che nessuno se n’è accorto. Usa il cuore come le mani, infatti è ambasciatore di un’associazione benefica per bambini malati. Usa le mani come la lingua: ne parla cinque diverse. È un santo o un diavolo? Non si sa. Per ora è imbattibile.