Era il vagabondo del silenzio Addio al principe dei mimi

Lutto nel mondo per la morte del grande attore francese che aveva esaltato l'arte della pantomima a teatro e al cinema

Marcel Marceau, scomparso all'età di ottantaquattro anni, è stato un mito, l'unico nel mondo silenzioso e appartato del mimo. Per oltre cinquant'anni è passato con lo stesso straordinario successo sui palcoscenici di tutti i continenti, senza temere mutamenti di gusto e di cultura, adorato dai giovani come dagli spettatori più maturi. Il suo mito è nato dal personaggio, Bip, che egli ha inventato nel 1947 e in cui ha finito per identificarsi. Nipote di Pierrot, figlio di Charlot, Bip, con il suo cilindro, sul quale s'innalza un fiore rosso, la sua maglietta a righe e i suoi pantaloni bianchi da acrobata, la sua faccia di biacca, la bocca rossa sottile come una lama, rappresentava l'innocenza e la libertà dell'uomo di fronte alle mille schiavitù che lo insidiano. Era un personaggio romantico, un eroe che si batte per una vita libera dall'odio e dai pregiudizi, per un'esistenza dominata dall'amore degli uomini.

Il personaggio di Bip era nato il 22 marzo 1947 al Théâtre de Poche di Parigi , dove Marceau era approdato dopo tre anni passati con il suo maestro, Etienne Decroux. Marcel voleva diventare attore e il mimo per il ventunenne allievo era solo uno degli elementi per imparare il mestiere. D'altra parte, il suo arrivo alla scuola diretta da Charles Dullin, dove insegnava Decroux, avveniva dopo anni passati in situazioni tragiche. Di famiglia ebrea, era stato costretto a cambiare il suo vero cognome Mangel in Marceau, prima di combattere nella resistenza insieme a suo padre che poi era morto in un campo di concentramento nazista. Il teatro per Marcel non era una fuga dalla realtà ma finalmente la possibilità, come mi disse a Roma una ventina d'anni fa, «di conoscere se stesso» e di realizzarsi: «Bip è la mia vita, la mia realtà, la realizzazione delle mie aspirazioni». Fu Decroux, grande maestro prima che mimo, a convincerlo, che era nato per fare quello che veniva chiamato «il teatro silenzioso». Il mimo, secondo Marceau, doveva rendere visibile l'invisibile e invisibile il visibile, perché è stato inventato per scoprire i misteri della nostra vita. Marceau ricordava sempre nelle lezioni ai suoi studenti e negli stages tenuti in tutto il mondo che «gli uomini primitivi hanno recitato la loro vita mimando la caccia, la pesca, l'adorazione delle stelle, del sole, del temporale, delle stagioni, ma anche passioni come l'amore e la gelosia, oltre che eventi come la guerra e la pace». Egli era consapevole della forza del gesto, che non può risultare ambiguo come la parola, ma deve essere franco e chiaro, ricco di verità se vuole coinvolgere il pubblico. Quando nel 1949 creò la «Compagnia di mimo Marcel Marceau», la prima non solo in Francia ma nel mondo, aveva chiara l'idea di portare sul palcoscenico una forma di teatro che aveva radici nella Commedia dell'Arte e nel grande mimo Debureau, ma anche e soprattutto nel cinema comico americano: Chaplin primo fra tutti, ma sullo stesso piano Buster Keaton, per la sua comicità assurda, al limite della tragedia, Harpo Marx per il suo estro, Stan Laurel per la sua intelligenza che contrastava con il personaggio sciocco che interpretava. Bip nasceva da tante suggestioni ma era, in realtà, un personaggio del tutto originale nel cogliere, con toni ora comici, ora satirici, ora solo ironici, gli aspetti della vita umana.

C'è il Bip domatore che vuol far passare il leone in un cerchio, ma il leone salta al di sotto del cerchio o si arrampica sopra finchè Bip finisce per trasformarsi lui stesso in leone. C'è, però, anche il Bip diventato un robot che combatte con una civiltà tecnologica dai ritmi frenetici e disumani. C'è anche il Bip che ripercorre gli ultimi cinquant'anni attraverso i suoi ricordi. Chi ha visto Marceau solo sul palcoscenico dar vita al personaggio non potrà mai dimenticare le emozioni e la poesia che ogni suo gesto e ogni movimento emanavano. Fuori dalla scena era invece un signore elegante, vestito come un medico o un ingegnere, dall'eloquio sciolto e vivace, proprio di chi è abituato a misurare le sue idee con gli altri, tutti i giorni. Il cinema non aveva capito le straordinarie potenzialità di quel poeta del gesto, tanto che lo aveva utilizzato poche volte. Marceau, con un sorriso ironico, mi disse che la sua migliore interpretazione cinematografica era stata il «No» che pronunciava nel film muto di Mel Brooks, Silent movie, uscito da noi con il titolo L'ultima follia di Mel Brooks. La verità è che solo il teatro era la sua vita.