Erano Barbari, ma crearono un mondo nuovo

Si è aperta ieri a Palazzo Grassi di Venezia una grande mostra dedicata ai popoli che, giunti dalle periferie dell’impero romano, rinnovarono le arti e i costumi d’Europa

Nella mischia sanguinaria, sembra in gioco l’universo intero. L’accozzaglia di corpi, le froge e gli occhi strabuzzati dei cavalli, le daghe, gli scudi cozzanti, il colpo finale sul capo del nemico che precipita a terra tra i già morti, arrotati da un turbine di gambe, zoccoli, culatte di cavalli che crollano o che si piegano a riccio come a ricongiungersi alla terra, spasimi di uomini sospesi tra la vita e la morte, un furore che è come un vortice di forze in conflitto e in concorso tra loro. Al centro, con l’elmo e il mantello fluttuante nell’aria, un cavaliere Romano, forse il comandante, guarda, irruendo, un Barbaro appena disarcionato che, nudo, cerca d’avvinghiarsi al collo dell’animale.
È una delle scene dei mirabili «sarcofagi di battaglia», tra le prime opere che accolgono il visitatore alla mostra «Roma e i Barbari. La nascita di un nuovo mondo», che si è inaugurata ieri a Palazzo Grassi di Venezia (fino al 20 luglio, ineccepibile catalogo Skira). Benché il tema non sia nuovo, l’evento si segnala per due motivi. Il primo, forse meno importante perché atteso, è il segno di continuità che, con la presidenza di François Pinault, Palazzo Grassi vuole inviare al mondo riprendendo la tradizione delle grandi mostre fruibili da un vasto pubblico e dedicate a popoli e civiltà; il secondo è l’eccezionale confluenza in questa mostra di opere e oggetti che se non fossero riuniti qui sarebbero difficilmente osservabili, in quanto distribuiti in tutti i Paesi d’Europa e non solo e il cui prestito, come a esempio per il tesoro di Childerico (Belgio, circa 482 d.C.) o il cofanetto di Teuderico, in pasta vitrea, ricoperto di una specie di merletto di fili d’oro saldati e tempestato di granate e perle (metà del VII secolo, dall’abbazia di Saint-Maurice, in Svizzera), e per certi «tesori completi» scoperti in alcuni siti e scavi, non è stato agevole.
In effetti, fa tremare i polsi l’intento della mostra di dispiegare quasi mille anni di storia «europea», dalla conquista della Gallia simbolo delle vittorie di Roma, e dalla disfatta di Teutoburgo nel 9 d.C., che vede le legioni di Varo annientate dai Germani, e dalla campagna di Marco Aurelio morto nel 180 sul limes della Pannonia, passando poi per la crisi del III secolo, il drammatico trasferimento della capitale a Costantinopoli, il crollo delle frontiere, la cristianizzazione del territorio romano, la formazione dei regni romano-barbarici e Teodorico, su su fino a Carlo Magno e ai secoli IX e X quando, da mezzo millennio ormai, i barbari non erano più barbari.
Chi erano, poi, i Barbari? Se per i Greci, che avevano coniato il termine, erano coloro di cui non comprendevano la lingua e che non erano organizzati in aggregati urbani stabili, per i Romani erano i popoli con abitudini, costumi, dèi, riti e culture distanti dall’unica realtà che contasse, quella romana. E la mostra pare voler dimostrare quanto sia stato alla fine fecondo, ancorché combattuto, il lungo processo di compenetrazione di tante culture diverse sotto la supremazia dei Romani, grazie anche al loro pragmatismo: una volta che i conquistatori avevano cacciato i predoni e incamerato la parte di denaro, raccolti, manodopera e giovani da destinare all’esercito, i conquistati potevano continuare a essere quelli di prima, bastava che obbedissero alla lex romana. E il processo di osmosi, ci ricorda la mostra, creò una civiltà aperta, fu fecondo sia per il mondo romano sia per quello dei barbari, capaci di integrarsi fino a raggiungere le funzioni del consolato, come Stilicone (359-408) e Aspar (400-71).
Questi popoli, provenienti dall’Europa del Nord, come i Germani e i Celti delle Isole, e dall’Europa dell’Est, come i Sarmati, gli Alani e i Goti, o dall’Asia come gli Unni e gli Avari, apportarono nuovi valori, usi e costumi, si adeguarono in parte alla nuova civiltà romana, influenzandola a loro volta. E si svilupparono i primi regni barbari, di Visigoti, Burgundi, Franchi, Svevi, Vandali (che andarono a stabilirsi in Nordafrica), Longobardi, e attraverso l’incontro con la cultura romana si stabilì una continuità con il mondo antico, basti pensare a intellettuali perfettamente romano-barbarici come Cassiodoro, Gregorio di Tours, il Venerabile Beda, e Paolo Diacono. Solo che, in questa parata di testimonianze esposte nella mostra, tra un’infinità di busti, maschere, elmi, spade, stele, medaglioni, anelli, pendenti, aghi e fibbie, paioli, piatti e cammei, pare difficile stabilire univocamente, né forse alla fine è indispensabile, la misura e la direzione delle contaminazioni e degli influssi reciproci, se non forse, più facilmente, nei motivi e nel disegno dei tessuti, negli ornamenti d’oreficeria.
Uscendo da Palazzo Grassi, l’impatto con Venezia fa pensare come proprio questa città sia nata in virtù dei Barbari. Che cosa possa aver spinto gli abitatori delle fertili pianure circostanti della Longobardia, di città romane piuttosto prospere come Padova e Altino, Concordia Sagittaria, Aquileia e Oderzo, non sappiamo esattamente. Ma certo la paura ebbe la sua parte. Prima i goti di Alarico, piombati su Aquileia, in marcia per mettere a sacco Roma; cinquant’anni dopo, un flagello più terribile si annuncia con Attila. Aumenta il flusso dei profughi nella laguna malsana dove, a parte alcuni canali naturali, l’acqua arriva al torace, e gli isolotti sono ricoperti di pochi alberi e sparuti arbusti. Occorre organizzarsi, costruire barche e navi, diventare marinai, sposare il mare, evitare coinvolgimenti con chiunque, con Belisario mandato da Giustiniano a riconquistare l’Italia, con Teodorico e Ravenna.
È così che, tra VI e VII secolo, vengono gettate le fondamenta di un’avventura unica, di questa città inventata dal nulla, dove si sviluppa presto un’idea di Stato geloso della propria identità e supremazia rispetto agli interessi di chicchessia, compreso il rappresentante del papa, dove solo il doge è uno, simbolo senza potere, dove occorre dragare canali, rassodare il terreno, dove tutto è difficile, lo spazio angusto. Quando ancora i tardo-barbari si dilaniano in Italia e in Europa, Venezia pare un’isola di precoce modernità e imprenditorialità, è cinicamente pragmatica nello sfruttare le Crociate, sviluppa una diplomazia impareggiabile, finché per questo sogno non sarà d’un tratto troppo tardi.