«Ero troppo povero per fare il contestatore»

Nostro inviato a Udine
Avendo bazzicato per 25 anni tra i matti del locale ospedale psichiatrico è naturale che Albino Comelli, come tipo umano, risulti un po’ sballato. I pensieri eccitati, l’eloquio convulso e febbrile, la testa in permanente marasma, occupata com’è da versi sciolti che aspettano di prendere forma compiuta di poesia, o da idee che andranno a corroborare uno dei quattro libri che ha in gestazione; la testa in pieno marasma, si diceva, ha bisogno di requie, di tanto in tanto. Allora lui, questo psicologo di 68 anni in forma come uno di quaranta, fa una di queste cose: afferra l’ascia e spacca un po’ di legna per il camino; vanga il suo orticino con la furia di un cercatore di pepite del Klondike; traffica con malta e mattoni o si lancia in furibonde pedalate per la campagna qui intorno, mentre le cinque galline che popolano il suo mini pollaio lo guardano con aria sbigottita, domandandosi quand’è che verrà il loro turno, visto che la mangiatoia è desolatamente vuota.
Mens sana in corpore sano, dicevano gli antichi. Lui esemplifica: «Io lavoro con le idee, con la psiche, un guazzabuglio divino e diabolico. Una dimensione sdrucciolevole, elusiva. Ma se pianti un chiodo, hai un punto di riferimento concreto, stabile. Hai il chiodo e il martello. Si tratta di colpire il chiodo, e mandarlo giù. Rassicurante, no? Ecco perché ai miei pazienti raccomando la manualità, il commercio con la natura. E la serenità affettiva. Restare ancorati al principio di realtà è fondamentale».
In questa piccola galleria di personaggi che hanno fatto il «’68 al contrario», il dottor Albino Comelli da Udine si è ritagliato il suo posto di prepotenza. Non era nessuno, in quegli «anni formidabili». E non è diventato una celebrità neppure dopo, nonostante la sua quarantina di pubblicazioni (tra saggi e poesie). Ma ebbe un’intuizione geniale, nel suo piccolo. Capì che era troppo povero per consentirsi il lusso di essere anche comunista; e che il tempo, per i poveri, «è un valore, è ricchezza. Mentre per i ricchi il tempo è prevalentemente noia. Ecco: capii che cercavano di portarmi via il tempo». Lui, i contestatori li prese in contropiede saltando a cavallo di un formidabile paradosso. Loro occupavano le università e volevano proiettare l’immaginazione al potere? Bene. Albino Comelli da Udine studiava, si faceva un mazzo tanto sui libri. Non privo di una sua originalità, vero?
Da Trieste, dove si era laureato in Scienze Politiche, Comelli passò a Torino. Era il 1969. Strada facendo, a Trieste, aveva capito che da grande voleva fare lo psicologo. E l’unico corso di specializzazione in psicologia (la prima facoltà vera e propria aprì i battenti dieci anni dopo, a Padova) era quello tenuto a Torino dalla senatrice comunista Angiola Massucco-Costa.
«L’atmosfera, quando arrivai a Torino, era da pre rivoluzione. Cortei, manifestazioni, barricate, sciopero generale. Ti guardavi intorno e capivi che l’epoca fervorosa del boom economico, l’ottimismo di una nazione che aveva appena cominciato ad assaporare la parola benessere era finita. Ed era finita anche l’allegria di noi studenti, la spensieratezza goliardica che avevo respirato a Trieste. L’università di Torino è dunque occupata, in segno di solidarietà con gli operai della Fiat. Una dopo l’altra, le facoltà chiudono. La direttrice del nostro corso, la Mazzucco-Costa, spinge perché anche noi ci uniamo allo sciopero. La sera prima dell’assemblea che deve certificare l’occupazione, io raduno una ventina di compagni di corso. Vengono da tutt’Italia, alcuni anche dalla Sicilia. Siamo tutti figli di povera gente. Sappiamo che la nostra unica speranza di riscatto sociale passa attraverso lo studio, la disciplina, l’applicazione. Basta, decidiamo di sabotare l’assemblea. Democraticamente, beninteso. Quando si va al voto, io propongo di mandare un telegramma di solidarietà agli operai della Fiat, ma chiedo che le lezioni proseguano regolarmente, in modo da non perdere l’anno. Si alzano le mani. Vinciamo noi, mentre la Mazzucco-Costa ci guarda esterrefatta».
Ecco. La rivoluzione del Buon Senso contro quella della chiacchiera, del vaniloquio utopico ma rabbioso, dove le spranghe di ferro e le chiavi inglesi ebbero presto la meglio sulle idee.
Albino Comelli nasce a Parigi, dove il padre Valentino, operaio in una fornace della banlieue, si era trasferito nel ’21. «Una famiglia grandiosa - la definisce il dottor Comelli -. Friulani nel midollo. A noi ragazzi insegnavano ad avere forza, coraggio, pazienza. E a fidare sulle nostre forze. Nel ’63, quando a Trieste mi diedero la bellezza di 360 mila lire di presalario, mio padre stramazzò. “Dove li hai rubati tutti ’sti soldi?” mi aggredì. E io: “Ma che rubati. È il presalario, papà”. E lui: “In che senso? Hai lavorato?”. “Ti dico di no. Il presalario lo danno agli studenti meritevoli ma con pochi mezzi”. Lui però non se ne faceva una ragione. “Non lavori e prendi i soldi. Com’è?”. Ecco, così era fatta quella generazione di italiani».
Personaggio controverso, apprezzato per i suoi scritti e le iniziative culturali di cui è promotore, Comelli ha scritto di recente un libro (insieme con Francesca Tesei) in cui si dimostra che il mito di Giulietta e Romeo, reso celebre nel mondo da Shakespeare, ha in realtà origini friulane. Ogni primo lunedì del mese (e a contarli, ormai, questi lunedì son già 190), Comelli organizza al caffè «Bistrot» di piazza San Giacomo una sorta di happening in cui il pubblico diventa protagonista. «Una sorta di confronto fra i sentimenti e le idee del nostro tempo - spiega Comelli -. Il prossimo tema in discussione è: “Fede e scienza. Chi è che ci salva?”». L’idea di base è semplice. La gente non si incontra più in piazza. La vita se ne va stando incollati alla tele. Il lunedì al «Bistrot» si discute, come si faceva una volta. Una specie di terapia, come l’ipnosi di cui Comelli, psicologo clinico, è stato uno dei primi praticanti. Venticinque anni di terapie, di analisi «coronate» da un intoppo non infrequente in chi fa il mestiere del dottor Comelli. Una paziente di 45 anni lo ha denunciato per molestie sessuali, e lui ci ha rimediato una condanna che non gli ha comunque fatto perdere il buonumore.
Nel salotto di casa Comelli beviamo un liquore di sambuco fatto in casa circondati da una messe di stampe che hanno per protagonista Napoleone Bonaparte. «Mi piace la sua fulmineità, la sua passione, la straordinaria capacità di far cose», ammette Comelli mostrandomi un Napoleone a Wagram, sul suo bianco destriero. Cinque e sei luglio 1809. Trecentomila uomini schierati su un fronte di oltre venti chilometri. I preparativi minuziosi del grande còrso contro gli austriaci dell’arciduca Carlo, che perderà di brutto. La superba conduzione dei suoi corpi d’armata sul campo, l’assoluto controllo militare e politico delle operazioni belliche...
Quando lo riporto al tema, e ai guasti che l’immaginazione al potere ha prodotto nelle coscienze di chi abboccò, Comelli punta il dito in due direzioni: la rivoluzione femminista e il disastro prodotto nelle relazioni tra genitori e figli. «Vengono da me, in analisi, dei ragazzi che hanno anche 28, 29 anni, e hanno una paura fottuta delle donne. Quel modello di donna competitiva, aggressiva, che sfida il mondo maschile sul suo stesso terreno è un modello ottimo per creare uomini impotenti e insicuri. Quanto all’educazione, guardi il disastro prodotto dal forsennato materialismo ed egualitarismo propagandati da filosofi e scrittori come Sartre e Gide o da filosofi come Marcuse e i suoi confratelli della scuola di Francoforte. La guerra contro ogni sorta di autorità, compresa quella genitoriale, ha prodotto una generazione di sbalestrati, di sbandati. I padri devono essere amici dei figli, si diceva. Fategli fare quello che vogliono, ai figli, predicava Benjamin Spock, che era contro la pedagogia del ceffone. Una solenne fesseria. Si ricorda quel libro famoso di Erich Fromm, Avere ed essere? Propugnava una libertà, una autonomia che in natura non ci sono. Certo delirio di onnipotenza dei giovani finisce per schiantarsi contro il guard rail della vita. A questi ragazzi mancano punti di riferimento stabili. Il modello familiare pre ’68 aveva i suoi limiti, questo è sicuro. Ma quelli che si contestavano erano gli stessi padri e le stesse madri che col loro lavoro avevano dato vita a una società che ha dato vantaggi e creato benessere per tutti noi che siamo venuti dopo. Furono scherniti, vilipesi. “Quelli che non passeranno l’inverno”, li gabellavano gli studenti del maggio parigino. Roba vecchia, da buttare cioè».
L’intervista finisce qui. C’è un principio di realtà, dalle parti del pollaio, che ci richiama alle cose concrete. Basta chiacchiere, dicono le cinque galline riunite in assemblea. Fuori il mangime.
(7. Continua)