Un erotomane orbo dalla vista lunga

Fu tra i migliori insegnanti della Berlitz School, l’istituto che diffondeva nel mondo il rivoluzionario metodo americano di apprendimento dell’inglese. La tecnica consisteva nello studio diretto della lingua, non preceduto da corsi di grammatica. Possibilmente poi, ogni volta che nella conversazione si affacciava una parola nuova, l’insegnante doveva mostrare l’oggetto corrispondente. In mancanza, suppliva la mimica e proprio in questo eccelleva il Nostro.
Aveva un modo facondo di gesticolare che incantava gli studenti. Era alto e magro e pieno di sé. Si capiva lontano un miglio che si amava molto e che considerava il suo lavoro un ripiego per sbarcare il lunario, in vista di maggiori traguardi. Tuttavia, affascinava gli alunni e non solo per il sussiego - molto british - con cui parlava, ma anche per la benda alla Moshe Dayan che portava sotto gli occhiali. Era infatti perseguitato da un glaucoma che gli costò undici operazioni.
Alla Berlitz entrò ventiduenne e vi restò decenni. Per undici anni insegnò in Italia, per cinque a Zurigo, per venti a Parigi. Tutto fece pur di non tornare nell’isola natia di cui detestava la grettezza della gente e il cattolicesimo intransigente.
Primogenito di nove fratelli e di famiglia cospicua, il Nostro frequentò la scuola dei Gesuiti. Fu influenzatissimo da quella esperienza caratterizzata dalla più rigida disciplina. Ebbe pure una breve vocazione sacerdotale alla quale seguì il più totale rigetto verso la religione e la morale bigotta. Tutta la sua opera è infatti pervasa di torbida sensualità.
Appena laureato fuggì dal mondo della sua adolescenza e si trasferì in Italia con Nora Barnacle, la giovane amante e futura moglie. Con lei trascorse tutta la vita e ne ebbe due figli cui dette nomi italiani, Giorgio e Lucia. La ragazza gli causò infinite preoccupazioni poiché soffriva di turbe mentali. Entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici. Questa triste circostanza gli offrì l’occasione - durante il soggiorno a Zurigo - di conoscere C.G. Jung, il Freud svizzero, dal quale attinse nozioni che utilizzò poi nell’attività letteraria. Ma già prima di incontrarlo, i suoi romanzi erano pieni di uomini e donne che, molto più che dialogare, rimuginavano tra sé, arzigogolando sui loro impulsi più inconfessabili.
Oggetto principale della sua arte fu, in effetti, il marcio che c’è in ciascuno di noi. Egli stesso ne fu un produttore industriale e coinvolse la moglie nelle sue fantasie erotiche, il più delle volte puramente verbali. Il loro epistolario - noto ormai da anni - ne rigurgita più di un romanzo porno.
Quando era lontano da casa per ragioni di lavoro, al Nostro piaceva immaginare che Nora lo tradisse. Nelle lettere la incalzava di domande, con la puntigliosità di un confessore gesuita e l’eccitazione di un maniaco. Spesso - ha raccontato lui stesso - aveva polluzioni mentre le scriveva voluttuose indecenze del tipo: «Quando quella persona ti ha messo la mano sotto la gonna ti ha accarezzato soltanto all’esterno o ti ha infilato un dito? Ti ha toccato dietro? Tu sei venuta? Ti ha chiesto che tu lo toccassi? È venuto?». Oppure: «Stanotte, ho tentato di immaginarti mentre ti masturbavi in bagno. Come lo fai? In piedi o ti siedi sulla tazza?».
Il suo romanzo più famoso, un malloppo di un migliaio di pagine, descrive la giornata di due balordi, un tale Bloom e il giovanotto Dedalus. Ventiquattro interminabili ore, in cui i due si incontrano in vari punti della città natale del Nostro, hanno diverse avventure, finché la sera rientrano in casa Bloom. Continuano a chiacchierare fino a notte fonda, mentre Molly - la moglie di Bloom - è a letto nella sua stanza. Ma Molly non riesce a dormire e parla con sé stessa in un ininterrotto fluire di ricordi e immagini, al novanta per cento di sesso. Il libro è tutto qui, ma ebbe successo mondiale negli Anni Venti ed è tuttora molto sfogliato (più che letto).
Durante il suo lungo soggiorno parigino, il Nostro frequentò la «generazione perduta» dei vari Ernest Hemingway, Ezra Pound ecc. Si segnalò come commensale noiosissimo. Se sobrio, rispondeva a monosillabi. Ubriaco, proponeva invece argomenti teologici che non interessavano nessuno o declamava in italiano interi canti della Divina commedia.
Con sollievo di tutti, lasciò Parigi allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Si rifugiò nella neutrale Zurigo dove morì pochi mesi dopo di ulcera perforante. Aveva 59 anni e una fama immensa.
Chi era?