Un esibizionista nudo sotto il pastrano nero

Vestiva sempre allo stesso modo. Per attirare l’attenzione usava frasi del tipo «dopo aver ucciso il mio povero padre... » Ma era solo un dandy egocentrico e un po’ mammone

Nacque e morì a Parigi. Fu profondamente cittadino e detestò la natura. Amava solo l’artificiosità. «Tutto ciò che è nobile e bello - scrisse - è frutto della ragione e del calcolo». Nei suoi schizzi trasformava i fiori in arzigogoli. In una poesia, paragonò gli alberi di un bosco a colonne di marmo animate.
Aveva un volto magro e tormentato come quello di un Cristo intagliato, ma era un vizioso incallito. Divideva le donne in due categorie: o idoli da adorare o chiennes (cagne) da godere. Davanti a loro, stava o in ginocchio o col frustino in mano. Non conobbe mai l’amore, non lo cantò, non ne scrisse. «La donna - diceva - è naturale, cioè abominevole». Per questo orrore della schiettezza e della semplicità, il Nostro se la fece con un esercito di puttane. Amava nelle prostitute la finzione dei sentimenti, del piacere, dei sorrisi. Pretendeva da loro la penombra che trasforma i corpi, la cipria che inganna, il trucco che snatura. A 19 anni si prese la sifilide da Sarah, una fille de joie ebrea soprannominata Loschetta. Nonostante ciò le rimase affezionato. Il suo grande amore, si fa per dire, fu una mulatta di media bellezza, Jeanne Duval, attricetta senza talento e senza cuore, che gli fu infedele, gli spillò soldi e alla quale restò attaccato tutta la vita.
Fu artefatto anche come personaggio. Portava sempre un fiocco al collo, un gilè di cachemire nero con una sfilza bottoni, una giacca nera con bottoni, un pastrano scuro abbottonato da cima a fondo. Così, tutto l’anno. La sola cosa che variava erano le scarpe coi lacci, nere d’inverno, bianche d’estate.
Una tenuta da dandy, mezza inglese e mezza romantica, che colpiva nella Parigi borghese della monarchia orleanista e del secondo Impero di Luigi Napoleone.
Era un solitario che faceva il mondano per esibizionismo. Aveva una bisogno maniacale di meravigliare. «Quando rincasa - esagerava un amico - va a dormire sotto il letto per stupirsi da solo». Masochista, gli piaceva farsi passare per un mostro. Nei salotti, cominciava a raccontare una storia tutto serio dicendo: «Dopo avere ucciso il mio povero padre... ». Oppure, chiedeva: «Ha mai mangiato il cervello di un bambino? Assomiglia al gheriglio di una noce ed è eccellente». Una volta, pranzando con la famiglia di Nadar, il suo fotografo, prese un dolcetto e lo mostrò a distanza a uno dei figlioletti. «Lo avrai - gli disse - ma devi dire: sono un golosone». «Sono un golosone», e il bambino tese la mano. «Non ancora - replicò sadico -. Dì: sono un miserabile golosone». Intervenne seccato Nadar che allungò un dolcetto al figlio. Ma il Nostro reagì e disse con tono di rimprovero: «Potevamo ottenere molto di più dal bambino!» e intendeva che il piccolo poteva andare più in là sulla via dell’abiezione.
Ovvio che uno così abbia pensato al suicidio. Ci pensò molto e non ci provò mai. In compenso, ne parlò spesso. Un giorno fece recapitare da una sguattera a cui si era affezionato una lettera a monsieur Ancelle, il suo curatore finanziario (era stato infatti interdetto dalla famiglia per evitare che dilapidasse il patrimonio).
«Quando mademoiselle J. Vi consegnerà la lettera - c’era scritto - sarò morto. Ella non lo sa. Mi uccido perché la fatica di addormentarmi e quella di risvegliarmi mi è insopportabile... perché sono inutile agli altri e pericoloso a me stesso. Lascio tutto ciò che ho a J. Adieu». Una sceneggiata. Aveva 24 anni, morirà 22 anni dopo.
Quando il Nostro nacque, il padre aveva 61 anni. L’anziano morì poco dopo e la mamma si risposò col generale Aupick, ottimo uomo che il ragazzo però detestò, riversando il rancore sulla madre. «Quando si ha un figlio come me, non ci si risposa», le rinfacciò. Ebbe con lei un rapporto di odio e amore. Non si vedevano mai, ma ogni tanto le scriveva lettere appassionate. Al nocciolo, le chiedeva di pagargli i debiti. Di essi, esagerava la consistenza per sentirsi infelice e disadatto al mondo. È vero però che non riusciva a mantenersi con la poesia. Peraltro, appena stampata, la sua meravigliosa raccolta fu sequestrata per immoralità. I suoi versi parlavano, con orrore compiaciuto, di vizio, alcol, droga, carogne imputridite.
Colpito dalla censura, emigrò in Belgio sperando di vivere di conferenze. Fu invece ignorato. Preso da odio per i belgi, meditava di scrivere un libro contro di loro quando la lue contratta da giovane si manifestò con violenza. Un ictus lo colse mentre visitava una chiesa. Non riuscì più a muoversi, né a parlare. Morì dopo un anno di questo martirio. Il fitto corteo della comunità letteraria lo accompagnò al cimitero di Montparnasse.
Chi era?