Esplorò il Mississippi ma morì viticoltore

Stanco dei 16 fratelli andò a combattere per la repubblica Cisalpina. Ma poi arrivò la Restaurazione. Allora si diede ai lunghi viaggi e a produrre finti vini francesi

Chi, ignorandone il passato, lo avesse conosciuto nei suoi ultimi anni l’avrebbe scambiato per un lieto gentiluomo marchigiano di campagna. Il settuagenario si era infatti trasformato in un ottimo imprenditore vinicolo di spirito allegro e buontempone. A Filottrano - in quel di Ancona -, il Nostro produceva vini rossi ispirandosi ai migliori di Francia. Ma ne aveva storpiati i nomi, un po’ per non incorrere nel plagio del marchio, un po’ per ironia, chiamandoli, Bourdeaux (anziché Bordeaux come l’originale) e Bougogne (invece di Bourgogne).
Da allora, è trascorso oltre un secolo e mezzo. Ma il ricordo di quei vini eccellenti ancora sopravvive. Al punto che l’odierna viticoltura marchigiana pensa a un rilancio della propria produzione riallacciandosi al magistero enologico del Nostro. Così - per ironia del destino -, quella che per lui era stata una tarda parentesi della vita, sembra più capace di perpetuarne il nome della sua straordinaria esistenza precedente cui pensava di legare una fama immortale.
Il Nostro, innanzitutto, non era marchigiano, bensì bergamasco. Nella Marca era giunto solo ai primi dell’800 quando fu annessa al Regno d’Italia di Napoleone di cui il giovanotto era uno dei tanti illusi entusiasti. A Bergamo aveva trascorso l’adolescenza con altri sedici fratelli, tutti figli di Giambattista, Doganiere generale della Repubblica di Venezia, e di Margherita Carozzi che già solo per questa sbalorditiva produzione merita un posto nella Storia.
Vista la densità familiare, non meraviglia che il ragazzo sia fuggito di casa a 18 anni per arruolarsi nella milizia della Repubblica cisalpina (futuro Regno d’Italia). Completò gli studi giuridici cui era stato avviato dal genitore ed entrò nell’amministrazione giudiziaria. Appena annesse le Marche, divenne magistrato a Macerata. Lavoratore accanito, si guadagnò nell’incarico la medaglia d’oro e un esaurimento nervoso. Andò a Firenze per riprendersi e strinse amicizia con la contessa d’Albany, l’ex amante di Vittorio Alfieri, entrando nella cerchia altolocata della città. Tornato in sede, si dimise dalla magistratura indignato per la corruzione dei colleghi. Le Marche intanto - caduto Napoleone - ripassavano al Papa. Inviso ai preti per sospetta massoneria e accertate simpatie liberali, il Nostro subì diverse angherie. Finché - accusato di cospirazione antigovernativa - fu mandato in esilio in attesa del processo. Si rifugiò a Firenze e riallacciò i contatti con la d’Albany. La circostanza risultò preziosa per il processo in cui rischiava la condanna a morte. Grazie ai buoni uffici della contessa presso il cardinale Consalvi, il Nostro fu prosciolto. Ma, disgustato della situazione politica dell’Italia, decise di abbandonarla.
Cominciò a viaggiare in cerca della libertà e approdò a Filadelfia. Prese a girare gli Stati Uniti finché, giunto alla foce del Mississippi lo punse vaghezza di esplorarne le sorgenti ignote. Si unì a un paio di spedizioni militari che risalivano il fiume. Giunto nel Minnesota, ai confini col Canada, con due indiani si mise alla ricerca delle sorgenti. Strinse rapporti cordiali con i Sioux della zona, compilò un dizionario Inglese-Sioux e si addentrò in terre sconosciute. Abbandonato dai due accompagnatori terrorizzati dalla solitudine dei luoghi, proseguì da solo su una canoa di scorza d’albero. Dopo cinque mesi, giunse a un lago che chiamò Giulia, in onore di una sua amica defunta - la contessa Giulia Medici Spada - e stabilì che quella era la sorgente. E tale era davvero quello specchio d’acqua che oggi ha nome di Lago Itaska.
Tornato nel mondo civile, scrisse un resoconto della scoperta. Ma avendolo condito con troppe fantasie non fu preso interamente sul serio, anche perché l’impresa era così ardimentosa da sembrare inverosimile. Solo dopo la sua morte le autorità del Minnesota si ricredettero e, nel 1866, imposero il nome del Nostro alla più grande contea dello Stato. Nome che conserva tuttora. Amareggiato, l’improvvisato esploratore visitò a lungo il Messico prima di tornare in Italia.
Il soggiorno americano era durato cinque anni. Il Nostro ne riportò incomparabili cimeli. Due su tutti: il tamburo Sioux adottato come simbolo delle Olimpiadi invernali di Calgary in Canada nel 1988 e i quattro Vangeli - scritti su fogli d’agave - tradotti in lingua azteca nel XVI secolo da Fra Bernardino Salagun. Lo consolarono nel quieto esilio di Filottrano dove morì tra le sue vigne a 76 anni.
Chi era?