Essere o non essere? Lo decide il telefonino

Il cellulare come «strumento assoluto» e costruttore di oggetti sociali in un libro di Maurizio Ferraris

Nascosta tra le molte funzioni del telefonino, c’è anche quella teologica. Pensiamo a un cellulare che abbia sempre campo; che abbia memorizzati tutti i numeri degli altri cellulari esistenti (a loro volta sempre in grado di ricevere le sue chiamate e di chiamarlo); e, infine e soprattutto, al cui numero risponda sempre una segreteria che dice più o meno: «L’utente chiamato non è al momento raggiungibile. Richiamate più tardi oppure lasciate un messaggio dopo il bip». Che cosa sarebbe quel cellulare se non Dio?
Quanto detto non dimostra l’esistenza di Dio. Più semplicemente afferma che, alla luce di un certo modo di intendere Dio, nell’ipotesi che ci fosse un cellulare ecc. ecc. Si tratta, nel suo piccolo, di un argomento di tipo ontologico, cioè si basa sull’essenza e non (o non soltanto) sull’esistenza. In qualche modo rimanda a Sant’Anselmo. Nel Proslogion (cioè «colloquio»), Anselmo pretende di provare l’esistenza di Dio semplicemente... pensando la sua esistenza. Visto che, dice il filosofo, Dio viene pensato come l’essere perfettissimo, e dato che a ciò che è perfetto nulla può mancare, a Dio non può mancare neppure l’esistenza: ergo, Dio esiste. Ha buon gioco Gaunilone, prendendo le parti dell’ateo, nel dire che Anselmo opera la sua dimostrazione di Dio... partendo da Dio, cioè dall’idea di Dio. Non di una dimostrazione, dunque, si tratta, ma di un’ammissione di fede. A questo punto, avviene una cosa stranissima, che ha pochi eguali nella storia del pensiero: Anselmo dice: è vero, ho sbagliato, il mio ragionamento è rivolto ai credenti e vuole spiegare loro i fondamenti della loro fede.
Questa «bacchetta magica» che ci consente di astrarre (e di estrarre, come fa l’illusionista estraendo il coniglio dal cilindro) applicando le caratteristiche proprie del telefonino nientemeno che a Dio, e che consentiva a Sant’Anselmo di ricavare l’esistenza di Dio dal suo stesso concetto, è l’ontologia. Proprio all’«ontologia come teoria dell’oggetto», considerata una «tra le più antiche specialità della filosofia», Maurizio Ferraris ha dedicato qualcosa di più di un saggio, un vero trattato. Il titolo è di quelli che, se fosse un gol o un dribbling (essenza e dunque ontologia del calcio), varrebbe da solo il prezzo del libro (o del biglietto per la partita): Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani, pagg. 294, euro 8,50).
Come riesce Ferraris a fare di un oggetto, per quanto polifunzionale, comodissimo (in Germania lo chiamano amichevolmente Handy, da hand, «mano»; in Thailandia e in Finlandia rispettivamente mue tue e kanny, cioè «estensione della mano») e, ultimamente, a buon mercato, uno strumento ontologico? In due modi. Anzitutto concentrando l’attenzione sul telefonino come «costruttore di realtà sociale». Secondariamente con un leggero, ma decisivo, spostamento di prospettiva, passando dalla parola detta alla parola scritta, insistendo cioè sul telefonino inteso come «macchina per scrivere», più che per parlare. L’autore dice che «con il telefonino non assistiamo a un trionfo dell’oralità, bensì della scrittura e persino dell’ideogramma, ossia di quello scrivere che non ricopia la voce, ma disegna le cose e i pensieri».
Affermazione che si presta a due osservazioni. La prima viene dal senso comune. L’esplosione degli sms e delle altre veicolazioni di testi tramite cellulare, come a esempio le notizie d’agenzia, le pubblicità, addirittura i romanzi (in Giappone e Corea, sfruttando la capacità di sintesi degli ideogrammi, li spediscono a puntate), non mette certo in secondo piano l’oralità, anzi, la amplifica («hai ricevuto il mio messaggio? E perché non mi chiami?»), crea nuovi argomenti di dialogo vocale; e poi, fra le persone che vedete usare il cellulare, quelle che parlano o ascoltano non sono (per il momento) pur sempre in netta maggioranza rispetto a quelle che scrivono o leggono? La seconda osservazione riguarda lo «scrivere» degli ideogrammi, «che non ricopia la voce». Ma anche la parola «albero» non ricopia l’oggetto-albero, è semplicemente un modo per designare l’albero e il pensiero che chi scrive ha dell’albero.
Ma Ferraris introduce fin da subito (pag. 11) il concetto del telefonino quale veicolo di pensiero scritto perché vuol farne la trave portante della sua tesi fondamentale, questa: «Gli oggetti sociali \ consistono in iscrizioni: sulla carta, in memorie magnetiche, nella testa delle persone; e, in questa prospettiva, l’alleanza tra telefono e computer assicurata, almeno tendenzialmente, dal telefonino, rappresenta un formidabile strumento di costruzione della realtà sociale». Il telefonino, insomma, è o si avvia a diventare (ontologicamente parlando, non fa differenza) lo «strumento assoluto». Assoluto perché può contenere già o è destinato a contenere tutte le «iscrizioni» in cui consiste la nostra vita sociale. È questa, secondo Ferraris, la corretta interpretazione del detto di Derrida «nulla esiste fuori del testo»: «Fuori del testo c’è un mondo intero, ma senza iscrizioni non c’è un mondo sociale».
Jorge Luis Borges, che pure non è uno dei postmoderni tanto avversati da Ferraris, la pensava diversamente: «L’idea del testo definitivo deriva soltanto dalla fatica o dalla religione». Bisogna capirlo, poveretto, morì nel 1986. All’epoca i telefonini non esistevano. Dove le avrà messe, tutte le sue «iscrizioni»?