Il cavalier Assad e la Realpolitik delle democrazie

Di fronte a una immane tragedia come quella siriana, la revoca dell'onoreficenza ad Assad può apparire futile e inutile

Ventidue senatori hanno chiesto che sia revocata «per indegnità» l'alta onorificenza (Cavaliere di Gran croce della Repubblica) che un paio d'anni fa venne dal presidente Napolitano elargita al siriano Bashar al Assad. Alla puntuale cronaca che Fausto Biloslavo ha dedicato al fatto voglio aggiungere - da remoto ma assiduo frequentatore, come giornalista, di viaggi quirinaleschi - qualche osservazione. Quando i capi di Stato o di governo vanno in visita all'estero si procede immancabilmente a uno scambio di decorazioni tra loro e i rispettivi seguiti - ne è toccata qualcuna anche a me - e a uno scambio di discorsi improntati, anche se l'interlocutore non ha le migliori credenziali democratiche, a generiche lodi per i comuni ideali e a fervidi auspici. Né l'ospite né l'ospitante possono sottrarsi a questi convenevoli d'obbligo. Capisco i motivi che, alla luce delle recenti efferatezze di Assad, hanno indotto alcuni parlamentari a invocare la revoca dell'onorificenza. Non mi convince tuttavia una revisione che, di fronte a una immane tragedia come quella siriana, può apparire futile e inutile.
Il caso di Assad - dall'Occidente ritenuto a torto, prima delle carneficine, un riformatore - ripropone un interrogativo, morale e politico, tuttora insoluto. Fino a chi punto un paese democratico può spingersi nel mantenere rapporti con le tirannie. Lo spartiacque dovrebbe essere rappresentata dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo formulata nel 1948 dall'Onu, consesso in cui gli antilibertà prevalsero sempre e il potere di veto veniva esercitato dal più feroce dittatore che la storia ricordi: Stalin. I più repressivi governi vi ebbero ospitalità così come oggi vi hanno ospitalità i Paesi islamici che hanno accettato la carta dei diritti, ma purché non sia in contrasto con il Corano. Ragion per cui in Arabia Saudita le donne non hanno potuto guidare l'automobile. Allora va a finire che gli ostracismi derivano da considerazioni d'opportunità se non di bottega. Facile prendersela con la Corea del Nord, che calpesta ogni diritto ma non conta nulla. Impossibile prendersela sul serio con la Cina che di alcuni diritti fa carne di porco ma che domina la scena mondiale; o con l'Arabia Saudita il cui greggio ci è indispensabile.
I piccoli rischiano di più. Dopo il colpo di Stato militare (1973) contro Salvador Allende in Cile tutte le democrazie ritirarono i loro ambasciatori da Santiago. Ma solo l'Italia insistette, per volontà dei socialisti: con grande ira della colonia italiana - in larga misura favorevole a Pinochet - che veniva penalizzata nel confronto con le altre collettività straniere. Durante la guerra fredda l'Italia si acconciò alle celebrazioni di Togliattigrad, dove la Fiat aveva impiantato una grande fabbrica d'automobili. Le schizzinosità democratiche devono sovente cedere il passo al realismo dei profitti. Napolitano è criticato per le fotografie che lo ritraggono in posa - sciarpe a tracolla e medaglie appuntate sul petto - con Assad, Berlusconi fu criticato per le pacche sulle spalle - era ed è nel suo stile - a Gheddafi. Nel nome dell'interesse nazionale o ideologico si accetta tutto. L'Urss protesse macellai africani come l'etiope Menghistu, ma anche la Francia non fece mancare il suo appoggio all'infame Bokassa. Lo stesso Putin non è immune da fondatissimi sospetti d'abuso di potere, ma il gas russo gli garantisce una sorta d'impunità. Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E nessuna pietra vola nell'aria.
Il truce Assad merita le peggiori punizioni per i tormenti inflitti al popolo siriano. Ma su lui pesa un'aggravante - o un'attenuante, dipende dai punti di vista. La Siria non è un forziere petrolifero, e questo gli risparmierà forse gli attacchi armati inflitti a Gheddafi. Ma la Siria non è nemmeno un Paese che pesi molto nel contesto internazionale, e questo non assicurerà ad Assad l'impunità di cui si fregia oggi la Cina e di cui si fregiò in passato l'Urss.