Dal golpe sventato alle 1.500 amanti. Il declino di un re

Juan Carlos ha traghettato la Spagna dalla dittatura alla democrazia ma gli hobby ne hanno offuscato l'immagine

Pochi personaggi della nostra epoca si prestano quanto Juan Carlos I di Borbone al vecchio gioco del «visto da destra» e «visto da sinistra». Per la destra moderata (non, ovviamente, per gli estremisti che organizzarono il tentativo di colpo di Stato del 1981) egli è stato l'uomo chiave della transizione del suo Paese dalla dittatura franchista alla democrazia parlamentare. Scelto dal Caudillo quando aveva appena dieci anni per riportare gradualmente la Spagna sotto l'egida della monarchia, allevato sotto la sua ala protettrice nelle varie Accademie militari, proclamato formalmente erede al trono a 31, capo di Stato supplente a 34 e incoronato a 36 dopo la morte di Francisco Franco, ha saputo liberarsi senza strappi della sua pesante eredità, presiedendo con abilità sorprendente a uno dei passaggi storici più delicati del XX secolo e portando in porto la Costituzione liberale del 1978.

Ha avallato, contro la volontà delle Forze armate, la legittimazione del Partito comunista messo al bando al termine della guerra civile e ha saputo convivere, senza eccessive frizioni, con il centrista Adolfo Suarez, con il socialista Felipe Gonzales, con il conservatore Josè Maria Aznar con il «rivoluzionario» (in materia sociale) Zapatero e, ultimamente, con il popolare Mariano Rajoy. Con il suo intervento alla radio nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 1981, mentre il colonnello Tejero e i suoi uomini tenevano in ostaggio le Cortes, ha probabilmente evitato un ritorno alla dittatura.

Per la sinistra la sua figura è molto meno limpida. Alla morte di Franco, molti spagnoli avrebbero preferito un ritorno alla Repubblica e considerarono il suo avvento al trono come un tentativo di perpetuare - sia pure sotto altre forme - il vecchio regime. Per la sua storia, il nuovo re, succeduto dopo una parentesi di 40 anni a suo nonno Alfonso XIII dopo che suo padre e i suoi due fratelli maggiori avevano rinunciato al ruolo, poteva essere considerato una specie di figlio adottivo del defunto dittatore. Ai molti repubblicani, soprattutto a socialisti e comunisti, la sua stessa incoronazione appariva come un anacronismo. Con il tempo, questa diffidenza si è progressivamente attenuata, grazie non solo al comportamento del re in occasione del golpe, ma anche per la sua capacità di rimanere al di sopra della mischia, di prendere iniziative impensabili per un allievo di Franco come gli inviti a Fidel Castro e Arafat e - nel 2007 - dal rifiuto a partecipare alla cerimonia di beatificazione dei 500 sacerdoti uccisi dai repubblicani durante la guerra civile. Alla fine, a considerarlo come un campione della reazione, nel senso di avere favorito le tendenze del Partito popolare a un ritorno all'accentramento, erano rimasti soprattutto gli indipendentisti baschi e catalani. Certo, molti sono stati critici fino all'ultimo dei suoi comportamenti di stagionato playboy, ma qui la politica non c'entrava più.

Il momento di maggiore popolarità di Juan Carlos - e, secondo molti, addirittura quello che salvò l'istituto monarchico - è quando il 24 febbraio 1981 sventò il colpo di stato orchestrato da un gruppo di generali, tra i quali il suo aiutante di campo Armada, e messo in opera dal colonnello Tejero con un nucleo della Guardia Civil. La Spagna stava attraversando un periodo di grave difficoltà, con l'economia in crisi profonda, le piazze piene di dimostranti, il governo Suarez dimissionario. Ormai da settimane tirava una brutta aria, con l'esercito sempre più restio ad adeguarsi ai grandi mutamenti seguiti alla morte di Franco. D'improvviso, proprio mentre le Cortes si apprestavano a votare la fiducia a un nuovo governo presieduto da Calvo Sotelo, Tejero e i suoi irruppero con le armi spianate nell'aula del Parlamento e presero i deputati in ostaggio in attesa dell'arrivo di un personaggio (probabilmente lo stesso Armada) che avrebbe imposto il nuovo ordine. Ma nessuno comparve, le ore passarono nella confusione più totale, fino a quando all'una del mattino Juan Carlos, in divisa da capitano generale, comparve in televisione, condannò i golpisti e con parole ferme invitò l'esercito a rientrare nelle caserme. L'indomani fece arrestare i generali che avevano ordito il complotto e fu esaltato da tutti per il suo coraggio e il suo tempismo.

Un altro momento in cui gli spagnoli ammirarono il loro re fu quando, durante una conferenza dei capi di Stato di lingua ispanica, invitò bruscamente a tacere Chavez, che stava dando del fascista all'ex primo ministro Aznar. Ormai al potere c'era il socialista Zapatero e qualcuno sicuramente condivideva l'opinione del dittatore venezuelano. Ma l'orgoglio nazionale prevalse e quel «Ma stattene zitto» rinfrescò sicuramente la sua immagine.
A parte questi e pochi altri episodi, Juan Carlos ha sempre cercato di restare fuori dalla mischia, conscio del fatto che qualsiasi intervento nella vita politica del Paese avrebbe riacceso vecchie polemiche e reso più precaria la posizione della monarchia, già scossa dal matrimonio del principe ereditario Felipe con una (non simpatica) borghese, e ultimamente, dal coinvolgimento dell'infanta Cristina in una brutta storia di frode fiscale. Intanto, se la godeva, andando a vela, a caccia, non solo di selvaggina ma anche di gonnelle. Il suo matrimonio con Sofia di Grecia, celebrato nel 1962, si era da tempo trasformato in semplice convivenza, e Juan Carlos ha sfogato fin quasi alla morte, nonostante tredici operazioni subite, la vitalità sessuale ereditata dai Borboni.

È difficile dire se ha avuto davvero 1.500 amanti, come ha scritto una giornalista di El Mundo in un libro dedicato alla melanconica solitudine della regina, ma le relazioni, per così dire, documentate sono state assai numerose. L'ultima, con una nobile tedesca che lo ha accompagnato in una battuta di caccia all'elefante mentre in Spagna imperversava la crisi, è probabilmente quella che più ha nuociuto al suo prestigio, riaprendo addirittura il dibattito monarchia-repubblica. Finchè sarà al potere il conservatore Rajoy, il suo erede Felipe non ha molto da temere, ma sicuramente con la morte di Juan Carlos si chiude un'era e la Spagna è entrata in una dimensione diversa.

Commenti

lucab1959

Mer, 04/06/2014 - 01:02

Ma Livio Caputo ha solo abdicato non è mica morto! O sbaglio??