Kim e il bombardamento: la più famosa foto di guerraha compiuto quarant'anni

8 giugno 1972: un gruppo di bimbi fugge da un bombardamento aereo. Il fotografo Nick Ut ferma l'immagine di una ragazzina nuda e in lacrime e la consegna alla Storia

Kim non aveva mai visto un aereo così da vicino. Arrivava dalla Statale, volava a bassa quota, lasciò cadere qualcosa che illuminò di curiosità i suoi occhi di bambina, come delle palline colorate che la inseguivano rimbalzando.
Napalm.
Nick la vide sbucare dai cespugli. Gli correva incontro senza vestiti addosso, con le braccia aperte. Scattò. Il mirino della sua Nikkon si riempì di sfumature color zafferano, fuoco, sangue tramonto. Bellissimo. Poi cominciò a tremare con violenza. Non aveva mai visto tanto orrore in vita sua.
Il capitano John Plummer cercava i risultati del baseball sul Stars e Stripes, ma sotto il titolo «Una bomba sull'obiettivo sbagliato» vide la foto di Kim. Il napalm le aveva divorato la schiena fino ai polmoni, il fianco sinistro fino al torace, la nuca fino all'attaccatura dei capelli e tutto il braccio sinistro. Lui lo sapeva bene: la gelatina incendiaria del napalm fa presa su qualunque cosa tocchi, brucia a lungo a temperature di 1200 gradi, fonde i corpi come cera, provoca un dolore oltre ogni immaginazione. Come essere scorticati vivi. Kim aveva solo nove anni. John guardò il soldato al suo fianco e disse solo: «Sono io che ho ordinato quel bombardamento...»
La bambina e la foto s'incontrarono per sbaglio sulla strada per Trang Bang, 40 chilometri da Saigon, e da allora nè l'una nè l'altra hanno mai smesso di correre. Dicono che ci sono immagini che parlano da sole, ma qui è diverso. Questa è una foto che urla, «una foto che non ti dà pace» secondo il due volte premio Pulitzer Horst Faas. L'urlo di Munch che si fa carne che brucia. Pensare che quel fagottino terrorizzato, nel suo villaggio, era famosa soprattutto per il sorriso. E per quel nome, Kim Phuc, che significa «felicità dorata». Gli americani che frequentavano il suo villaggio la chiamavano «Mai», un gioco di parole che voleva dire «America bella». Quella corsa incontro al cielo ha cambiato il modo di vedere la guerra, una corsa che continuerà nei secoli e la ritroverà per sempre bambina, ma ferma in un mondo che non cambia mai, una corsa che l'ha vista sbucare di nuovo nuda e indifesa da una scuola dell'Ossezia, Beslan duemila e quattro.
Ma intanto nel tempo la bambina si staccava, fuggiva lungo un'altra strada, con la sensazione addosso di far parte di qualcosa di grande ma di avere sempre qualcosa a metà. In fuga dal destino, «là ci sono i bambini che muoiono» dissero i medici ai suoi che la cercavano dopo le bombe l'ospedale Cho Bay, in fuga dal dolore, quattordici mesi d'ospedale, 17 interventi di plastica, il 35 per cento del corpo ricostruito con trapianti di pelle, dagli incubi atroci che attraversavano le sue notti, in fuga dalla religione di famiglia, il caodaismo, fino nelle braccia del cristianesimo «meglio che ti sposi un comunista che un cristiano», in fuga dalla rovina economica in cui il comunismo gettò la sua famiglia di ristoratori, in fuga dalla propaganda di regime che la usò senza pietà fino alla fuga quella vera in Canada, durante il viaggio di nozze per chiedere asilo politico in uno scalo tecnico di mezzo tra Mosca e Cuba.
Kim Phuc ha incontrato nel corso di un programma alla Bbc Christopher Wain, il giornalista della Itn che contribuì a salvarle la vita 40 anni fa. L'ultima volta che Chris aveva visto Kim, la bambina giaceva in un letto di ospedale con gran parte del corpo ustionato da un attacco al napalm delle truppe sudvietnamite, alleate degli americani, contro il suo villaggio. Era l'8 giugno del 1972 ed era in Vietnam da sette settimana per la rete Itn. In fuga dalle bombe che le avevano bruciato vestiti e pelle, Kim e altri bambini incontrarono Chris e la sua equipe. Lui le gettò acqua sul corpo mentre i suoi operatori riprendevano. Quelle immagini terribili furono mandate in onda, diventarono il volto della guerra, fecero il giro del mondo. Con Chris e gli altri c'era anche il fotografo vietnamita Nick Ut, che scattò l'immagine diventata simbolo, denuncia e leggenda. Piangeva. Molti anni dopo, con il suo stesso sorriso di bambina, ha abbracciato anche Plummer, anzi oggi il reverendo Plummer, durante un raduno di veterani del Vietnam: «Mi dispiace, mi dispiace così tanto...» riuscì appena a dirle. «É tutto a posto: ti perdono, John, ti perdono...».
Kim, la «Bambina della foto» come si intitola la sua biografia, oggi vive in Canada, si è sposata l'11 settembre, ha chiamato uno dei figli Binh, «Pace», e creato una fondazione che aiuta le vittime della guerra. É molto più di una fotografia: «La mia vita è un simbolo d'amore, di speranza e di perdono».
Commenti
Ritratto di fritz1996

fritz1996

Ven, 08/06/2012 - 09:18

Adesso siamo ridotti a ricordare gli anniversari delle foto... ma non avete proprio niente di meglio da scrivere?

voce.nel.deserto

Ven, 08/06/2012 - 10:13

Che schifo la guerra.Se poi ci capitano i bambini è la bocca dell'inferno.Ritiriamo subito i nostri soldati dalle varie missioni umanitarie di pace e di guerra.I soldi risparmiati servono per il rilancio dell'economia,vero Passera? Monti i tratatti internazionali sono pezzi di carta.Se è per la vita,se è per la pace,strappiamoli,anche alla faccia dell'ONU o degli alleati neocolonialisti.

Ritratto di Ausonio

Ausonio

Ven, 08/06/2012 - 10:52

4 milioni di morti Vietnamiti.... morti veri.... mica come quelli fantasma celebrati ogni anno con una liturgia obbligatoria e difesa dai tribunali

ronofri53

Ven, 08/06/2012 - 10:54

20 anni e questa foto ancora è capace di far piangere. Un singolo attimo talmente potente da far capire e vedere l'inferno della guerra di cui pare il genere umano non possa davvero fare a meno. Quanti bambini dovranno ancora bruciare ?

Cinghiale

Ven, 08/06/2012 - 10:51

#1 fritz1996 - Se si facessero vedere più spesso queste foto e si publicassero le memorie degli uomini che hanno vissuto queste tragedie, ad esempio l'ex capitano John Plummer, probabilmente si rifletterebbe di più.

michele lascaro

Ven, 08/06/2012 - 10:59

Per chi non conosce il seguito: la ragazzina fotografata nuda e in preda al terrore, emigrò in USA e una quindicina d'anni fa, ormai cittadina statunitense e laureata, io mi trovavo lì, fu festeggiata e la sua vicenda ricordata con enfasi.

MAS91

Ven, 08/06/2012 - 11:52

X fritz1996: questa non è una foto qualsiasi, è una foto che ha fatto il giro del mondo, oltretutto la foto è un aggancio per gli avvenimenti che sono successi negli anni dopo ( il matrimonio della bambina ormai diventata ragazza e l'incontro con il soldato che ha dato l'ordine di sganciare le bombe ). Comunque, se non le piacciono gli articoli è liberissimo di rivolgersi ad altre testate giornalistiche più consone alle sue idee. Cordialmente, Mas 91

Ritratto di Ausonio

Ausonio

Ven, 08/06/2012 - 12:21

Grandissimo il popolo Vietnamita.... l' unico a sconfiggere i Mongoli per 3 volte quando i Mongoli dominavano su un impero gigantesco. Hanno sconfitto i Cinesi. Hanno sconfitto i colonialisti arroganti francesi e poi i feroci USA con una resistenza e una tenacia che noi possiamo solo sognarci, noi che accoglievamo con la cioccolata chi fino al giorno prima bombardava donne e bambini. Oggi il Vietnam è un paese più aperto che cresce al 9% all' anno.

arvydas

Ven, 08/06/2012 - 14:02

Articolo romanzato. Pessimo esempio di giornalismo. Per cercare l'effetto giornalistico (cosa non necessaria con una foto cosi') non serve inventarsi particolari.

andrea24

Ven, 08/06/2012 - 15:47

Non essitono "missioni umanitarie di pace",o comunque,non quelle a cui siamo stati abituati negli ultimi anni e la cui denominazione è figlia di questo sistema,specie se si constata il fatto che,tutte queste missioni umanitarie di pace altro non sono che guerre di aggressione,tra l'altro finite pure male.Non dimentichiamo quello che disse lo storico Publio Cornelio Tacito:"ubi solitudinem faciunt,pacem appellant",ovvero laddove fanno il "deserto" la chiamano pace. E si noti inoltre il fatto che,tale espressione di Tacito non è espressione "pacifista",ma di lotta per la Libertà. Ora,specie ai nostri giorni,nel contesto dei quali siamo abituati ad essere posti palesemente innanzi alla menzogna e alla violenza al tempo stesso,come nel caso di quanto accaduto in Libia ed ora accade in Siria,lottare per la Libertà equivale ad amare la Verità,che è l'unica cosa di fronte alla quale ed in favore della quale veramente possiamo essere noi stessi sacrificabili. L'onore o la menzogna.

andrea24

Ven, 08/06/2012 - 15:50

In aggiunta al mio precedente commento. Questo vale oggi soprattutto per il mondo mediatico che ha una responsabilità enorme.L'onore,dunque,o piuttosto la menzogna.

emfdca

Ven, 08/06/2012 - 17:40

Bellissimo articolo!

gioialocati

Ven, 08/06/2012 - 18:41

Grazie, Max, del tuo "fermo immagine". Questa foto scattata quand'ero anch'io una bimba mi porta sempre dentro le guerre... non voglio allontanami dalla tragedie e non ricordarle più, non voglio dimenticare la storia

Ritratto di stock47

stock47

Dom, 01/12/2013 - 22:17

La guerra è una cosa tragica ma il non farla, a volte, può essere anche più tragico, come spesso è avvenuto, per essere troppo permissivi e buonisti.