Ma l'odio cova sempre sotto la cenereil commento 2

di Fiamma Nirenstein

In Israele anche chi ha paura che adesso le due parti possano alzarsi da quel tavolo a Washington e andarsene all'improvviso spera in qualcosa. Le trattative possono iniziare. I palestinesi hanno rinunciato alle precondizioni che comprendevano i confini del '67 e lo stop alle costruzioni nei territori, ma otterranno la liberazione di un paio di prigionieri pericolosi. Netanyahu però è stato categorico: non prima dell'inizio di veri colloqui, il film «prendi i soldi, o i prigionieri, e scappa, l'abbiamo già visto». C'è qualche possibilità nell'aria, nei tempi lunghi e con tappe intermedie. Basta non scatti la solita ondata di attacchi terroristici, sempre in agguato quando si parla di pace.
La trattativa ha senso solo a una condizione: fermare l'odio. I territori, Gerusalemme, per tutto si può trovare un accordo. Ma non se prosegue lo stillicidio di odio fanatico contro gli ebrei, cultura basilare dei palestinesi, raison d'etre, nesso politico col mondo islamico. L'opinione pubblica non consentirà di fare la pace con i figli di «scimmie e maiali» come vengono spesso definiti gli ebrei. In Egitto il solo punto in comune fra sostenitori di Morsi e di Mansour è l'idea che la parte avversa abbia con sè una congiura ebraica. Così anche per Assad e i ribelli. L'odio antisemita come cemento culturale è un antidoto alla pace coi palestinesi. Peschiamo a caso: il 5 luglio alla tv pubblica, una poesia recitata da due sorelline: «Voi che avete ucciso i pii profeti di Allah... figli di Sion le più cattive fra tutte le creature, scimmie barbariche, miserabili maiali...». Un'altra bambina spiega che «Gerusalemme che è pia vomita l'impurità degli ebrei». Il 7 marzo il giornale Al Hayat Al Jadida ospita un editoriale che fra le bugie occidentali mette l'undici di settembre, in realtà una congiura di ebrei e massoni. Se Hitler fosse vivo sarebbe un onore, aggiunge. Il 3 luglio l'AP onora il terrorista Ahmad Abu Sukkar con un funerale militare: nel 1975 aveva ucciso con un frigorifero pieno di esplosivo 15 innocenti e feriti 60. Il 31 maggio una madre alla TV loda il figlio che si è fatto saltare per aria: «Ho ricevuto la notizia della sua morte con cuore felice...». La madre di Wafa Idris, terrorista suicida, racconta del grande funerale con le bandiere palestinesi e di tutti gli onori tributati alla figlia su facebook. Abu Mazen stesso, rispondendo a Hamas che nel 2012 lo accusava di non volere più la «resistenza armata», cioè il terrorismo, conferma di considerarlo uno strumento valido. Il vicepresidente del comitato centrale di Fatah Jibril Rajub, dice il 23 maggio «se avessi una bomba atomica la userei, l'identità palestinese è calpestata dai piedi di quei cani terroristi dei settler». Il governatore di Ramallah, Laila Ghanam accusa gli israeliani di «distribuire droga per uccidere i nostri giovani». La negazione della Shoah è un luogo comune, così i protocolli dei Savi di Sion. I bambini crescono pensando, come dice una piccolina alla tv, che gli ebrei «assetati di sangue, sono condannati all'umiliazione a alla sofferenza». La tv di Gaza manda in onda una bambina di dieci anni che vuole morire martire, e fra i tanti un video: «Signore Allah, colpisci gli ebrei e i loro amici, i cristiani e i loro sostenitori, i comunisti e i loro aderenti...contali tutti e non lasciarne nessuno». Ora o mai più: vogliamo la pace? È una grande occasione perché l'Europa conduca una battaglia di decenza. Finché non sparisce l'incitamento, Abu Mazen penserà che il suo popolo non vuole la pace, e a ragione.