Un Paese virtuale Non ha nulla. Tranne il petrolio

In Qatar non c'è niente. Il punto di partenza è questo. Ed è un niente che viene percepito da tutti gli occidentali, un niente che accomuna i Paesi di quest'area affacciata sul Golfo, un niente che viene via via artificialmente sostituito da costruzioni, servizi, intrastrutture turistiche d'alto profilo - si legga alberghi - ma che gli occidentali non possono che percepire per quello che sono: finte. Fredde. Perfettamente pensate, ma create ex novo. La Cornice, il grande viale che costeggia la baia di Doha, la capitale, da sola ovviamente non basta; e tanto meno possono emozionare il locale museo di Arte islamica o, dall'altra parte, lo skyline dei grattacieli e i grandi centri commerciali. Meritano invece le dhows, le barche tipiche con cui fare il giro della baia, e il piccolo mercato, il Souq Waqif. Certo, a non incentivare alla gita fuori porta provvedono le temperature, spesso 47 gradi di giorno e 39 gradi umidi di notte. Soprattutto, i turisti in Qatar devono far attenzione quando chiamano il taxi perché se si distraggono può arrivargli una limousine e i costi cambiano. Una tendenza, questa, che si nota fin dall'aeroporto dove chi viaggia in business viene accolto sotto aereo da autista personale e macchinona tutta per lui e persino porta al gate dedicata mentre il resto del mondo è in coda altrove.
Indipendente dal 1971, l'emirato, originale proprio perché non ha voluto aderire agli Emirati arabi uniti e tanto meno alla mai troppo amata Arabia Saudita che gli sta sotto e addosso, è un arido sperone che s'infila nel Golfo Persico a nord della penisola arabica, 11mila e rotti chilometri quadrati di niente sopra e di molto sotto, trattasi ovviamente di petrolio e soprattutto giacimenti di gas. Il Qatar ha la sua montagna, non è Cervinia ma Qurayn Abu al Bawl, il punto più alto del Paese, 103 metri. La popolazione non raggiunge i due milioni di abitanti (78% di musulmani, 8% di cristiani) e il copione della suddivisione etnica ricalca quello degli altri Paesi del Golfo: per cui 20% di qatariani, 20 di arabi vari e per il resto soprattutto forza lavoro, indiani e pakistani. Quanto all'economia, ovviamente poggia sulle esportazioni di petrolio e gas, ma con la pastorizia e rimasta legata alla tradizione di un popolo di allevatori (capre, pecore, bovini e cammelli). Sorprende il peso specifico della pesca, che non solo soddisfa il fabbisogno nazionale, ma alimenta anche le esportazioni nell'area. Petrolio, gas e pesci. Come dire: futuro e passato.

Commenti

Raoul Pontalti

Sab, 14/07/2012 - 10:07

Questo è uno dei tanti articoli tesi a dimostrare che solo l'Occidente (inteso come USraele e UE più Canada e Australia) è buono e pertanto è titolare di ogni diritto per concessione divina, mentre tutti gli altri non lo sono e per di più gli islamici sono anche sporchi e cattivi e non meritano quelle che il caso gli ha fatto trovare sotto i piedi. Negli effetti l'emirato qatariota è una creatura artificiale dei britannici che concessero l'indipendenza formale nel 1971 per poi legare a sé la famiglia regnante su alcune tribù di nomadi. Attualmente il Qatar ospita importanti basi militari USA ed è per questo che pur sporco e islamico non è troppo cattivo.