Quelle facce da baby politici che fanno tremare i potenti

Sono giovani e non hanno paura. Parlano in pubblico, hanno belle facce pulite. Una è un'eroina (contro la sua volontà), simbolo della lotta delle donne islamiche per la libertà. Gli altri non hanno dovuto soffrire e rischiare la vita come lei, come Malala, quasi uccisa dai talebani perché voleva andare a scuola, però sono diventati dei baby paladini per le loro cause. Dalla scuola all'alimentazione, dalla politica alle strategie delle multinazionali. Non sono rottamatori: sono già oltre. Asean, Hannah e Martha hanno nove anni, Malala ne compirà sedici a luglio. È la più giovane candidata al Nobel per la pace. Il suo viso, che i talebani hanno tentato di cancellare, è finito sulla copertina di Time, nel numero dedicato alle cento persone più influenti del mondo. Chi la voleva ammazzare l'ha resa quasi una martire, come ha scritto Chelsea Clinton, un'altra che per non respirare politica avrebbe dovuto cambiare famiglia. L'età non c'entra, ma conta.
Conta che Asean Johnson in terza elementare sia già stato soprannominato il baby Obama: perché è nero come il presidente, perché è di Chicago come lui, perché a nove anni riesce a parlare in pubblico e a coinvolgerlo come un politico esperto. Tiene il ritmo, alza la voce al momento giusto, non molla il microfono, trascina la folla, scandisce gli slogan, cita Martin Luther King: così il suo discorso contro il sindaco Emanuel (ex braccio destro di Obama) che voleva chiudere la scuola di Asean e compagni è stato trasmesso in tv e su internet è diventato di culto. Il giorno dopo, quel provvedimento è stato cancellato: scuola salva. Certo c'è della retorica, nelle parole di un bambino che non sembra esserlo: «Noi non siamo giocattoli... L'educazione è un nostro diritto ed è per questo che dobbiamo combattere». Ma anche la baby politica ha le sue ombre, anche le facce più innocenti possono essere strumenti, o almeno armi di marketing potenzialmente molto efficace. Perché è difficile, anche per i più duri e politicamente scorretti, resistere alle proteste di un ragazzino, specialmente in pubblico: non puoi ignorarlo, non puoi trattarlo con sufficienza, non puoi non rispondergli, non puoi rispondergli male. Non è che siano una garanzia automatica di successo per la causa (anche se forse non proprio la «loro», ma quella che qualcuno ha loro affidato), ma di sicuro i loro volti giovani possono contribuire.
Hannah Robertson è salita sul palco a Chicago durante l'assemblea degli azionisti di McDonald's a fine maggio e ha parlato direttamente all'amministratore delegato Don Thompson: «Smettetela di prendere in giro i bambini proponendogli di mangiare cibo a tutte le ore». Anche Hannah ha nove anni. È la figlia di una blogger che si occupa di alimentazione sana dei bambini. Però Thompson ha dovuto replicare, ricordando l'impegno a vendere sempre più frutta e verdura. E alla fine il grande capo si è complimentato con Hannah: «Sei coraggiosa». Un'altra ragazzina scozzese di 9 anni, Martha Payne, grazie a un blog è riuscita in una impresa quasi impossibile: cambiare i menù della sua scuola. Ha iniziato a pubblicare on line foto dei pasti striminziti e poco salutari offerti dalla mensa: e tanta è stata l'indignazione (è arrivata a sei milioni di contatti), che i pranzi sono migliorati. Martha ha un sorrisino timido. Ma ha vinto la sua battaglia, come tanti altri ragazzini. La storia stessa di Malala l'ha resa un simbolo potentissimo e inevitabile; altri sono spinti dai genitori o dall'ambiente: ma anche loro malgrado, le facce di questi ragazzini e ragazzine fanno politica.
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