La sfida dell'America Accettare l'odio e convivere col terrore

di Fiamma Nirenstein

Solo dopo ventiquattro ore dall'attacco di Boston il presidente Obama ha usato, ieri, la parola «terrorismo»: ma ce n'è voluto anche per arrivare a questa lapalissiana definizione.
Dichiararsi in guerra col terrorismo, quale che sia la sua matrice, è una scelta molto impegnativa per qualsiasi società. Perché l'attacco cui la società democratica è sottoposta per ciascuno di noi è inattingibile, come un ectoplasma non invitato, indecifrabile come una stele in una scrittura non conosciuta, affamata come una belva affamata e mai contenta del budget, dell'organizzazione, dello sforzo psicologico che le getti nelle fauci. È un incubo che minaccia ognuno di noi; New York e Washington sono adesso sotto assedio, Londra non sa come affrontare il funerale di Margaret Thatcher, gli eventi papali sono un infinito appuntamento con sforzi disumani di sicurezza, tutti gli aereoporti moltiplicano i loro sforzi. Il nostro mondo non può credere al terrorismo, così come non crede, non può credere all'ingiustificata pulsione di dominare il pianeta con la minaccia delle armi di distruzione di massa di Corea del Nord e Iran. Un'altra razionalità è quella che domina la logica della violenza. Preferiamo guardare a ciò che non capiamo come alla ferita di un fulmine. Se è caduto qui una volta, non può capitare di nuovo. Invece le società democratiche contemporanee soffrono del terrore interno e internazionale, ideologico e soprattutto religioso, come di una piaga permanente. Una ragazza di Boston alla tv ha raccontato che, reduce dalle esplosioni, per ore e ore ha continuato a chiedersi se era tutto vero, il sangue, gli scoppi, le sirene, le urla... Poteva mai essere che nel mondo conosciuto qualcuno avesse programmato coscientemente una pioggia di sangue sulla gioia collettiva e inerme della folla pacifica, unita in un evento sportivo innocuo e democratico per eccellenza come una maratona? Per capire che questa realtà esiste, occorre figurarsi l'altro universo razionale che esiste al di là del nostro, e chiamarlo col suo nome: è il nostro nemico. Si, in questo mondo di correttezza politica, di parole usate col misurino, di espressioni e modi di vita usati per non ferire differenze sociali, sessuali, religiose, abbiamo un nemico che di tali differenze fa una dottrina. Chiunque egli sia, islamico e cristiano, è il vicino della porta accanto, e lo resterà per quanto compiacente possiamo essere con lui. Se è un neonazista suprematista bianco ce l'ha con noi perché abbiamo violato l'ordine dei Padri, se è un comunista perché sfruttiamo i nostri simili, se è un islamico perché la sua missione è conquistare il mondo all'Islam. Chiunque egli sia, gli esplosivi usati per i due scoppi che hanno fatto tre morti (fra cui un bambino di otto anni, alto come le gambe degli adulti che invece lo scoppio ha amputato) e 176 feriti, sono stati assemblati con materiali che si possono comprare in una mesticheria qualunque, in un negozio per la cura della campagna, in farmacia... e poi gli ordigni sono stati rimpinzati di chiodi e anche di proiettili rotondi capaci di penetrare con mille piccole ferite i corpi dei 23mila maratoneti che correvano verso Copley Square, dove si assiepavano gli spettatori, mogli, amici, bambini, anche loro vittime sacrificali.
Non siamo soli. Ci accompagnano, connessi ormai da miriadi di fili nel cyberspazio, i terroristi. La società democratica, specie quella americana, compie dalle origini uno sforzo impari di contenimento della natura umana: i suoi istinti violenti, la sua tendenza alla sopraffazione, ogni giorno vengono delimitati con valanghe di buoni sentimenti, di inni alla pace, di comportamenti irenici, di buone parole sul nostro prossimo. Così si limita il numero dei pur continui, alacri urli delle sirene della polizia, negli Usa in continuo movimento. Le macchine rosse arrivano a decine per ogni piccolo incidente. Ma il terrorismo, è più difficile da affrontare, perché è fuori dall'orizzonte del possibile. Perché i terroristi colpiscono in questo o in quel giorno? Si avanzano tante ipotesi, le cabale sono a disposizione. Ma nessuna ci salva dalla verità essenziale, quella che Israele ha imparato bene sin dalla sua nascita avvenuta 65 anni fa: le democrazie devono oggi saper essere Atene e Sparta, nel corpo e nell'anima.

Commenti

franco@Trier -DE

Mer, 17/04/2013 - 08:48

Daltronde non potrebbe fare altrimenti,ci sono terroristi fuorilegge e ci sono terroristi legalizzati.

alberto_his

Mer, 17/04/2013 - 09:41

Solita visione parziale della Fiammetta. Non le passa minimamente per la testa che l'organizzazione del fattaccio possa essere stata hindu piuttosto che ebraica. Non si è mai premurata di scrivere articoli sui bambini Afghani, Iraqeni e Palestinesi uccisi vigliaccamente dagli eserciti US-Sion. Dove abbia tirato fuori la storia che CdN e Iran vogliano dominare il mondo solo lei lo sa. L'esempio di Israele, autore di innumerevoli atti di terrorismo, non è decisamente il più indicato. Ogni atto di terrorismo va condannato e i colpevoli assicurati alla giustizia; questo vale per tutti e ovunque. Le attribuzioni di colpa non si fanno sui giornali ma tramite indagini e processi a norma di legge. Per quanto si cerchi di assicurare condizioni di sicurezza in ogni momento non si potrà mai evitare al 100% che atti simili si possano ripetere. Non vorrei che si stia preparando un altro giro di vite sulle libertà individuali in nome della sicurezza.

Ritratto di tenaquila---

tenaquila---

Mer, 17/04/2013 - 21:57

Solo dopo 24 ore il presidente ha pronunciato la parola terrorismo perché forse il presidente non si sente un patriota vero. Oggi occorre essere più Sparta. Poi forse di nuovo Atene.

franco@Trier -DE

Gio, 18/04/2013 - 09:20

Comunque bella bimbetta in foto.