«Tradurre è una questione di democrazia»

È stata una delle battaglie della Crusca, e ora il tribunale europeo ha dato la vittoria all'Italia. Anzi all'italiano. Quindi è logico che Nicoletta Maraschio, presidente dell'Accademia, sia soddisfatta. «È un risultato positivo. Però...»
Però?
«Il primo ricorso è di qualche anno fa, già nel 2008 il tribunale aveva cancellato un bando. La questione è che cosa succederà ora. La sentenza dà una indicazione chiara alla Commissione: deve pubblicare i bandi in tutte le lingue ufficiali».
Una svolta?
«Speriamo che sia una soluzione definitiva, in linea con la Carta di Nizza che vieta la discriminazione linguistica, e che colmi finalmente la frattura fra principi teorici e prassi concreta della Ue».
Qual è la prassi?
«Di fatto, l'Unione pubblica bandi di concorso che non permettono a tutti i cittadini di accedervi allo stesso modo, perché non hanno informazioni sufficienti nella loro lingua».
La sentenza ha un valore pratico?
«Certo. Permette l'accesso concreto a questi bandi nella propria lingua materna, che è diverso dall'avere informazioni solo in inglese, francese o tedesco: una questione di uguaglianza. Dall'altra parte riguarda la politica reale di tutela e promozione del plurilinguismo europeo: una cosa è affermarlo; ma poi, di fatto, vengono scelte tre lingue, e si crea un obiettivo privilegio».
Qual è il rischio?
«Col passare del tempo, le altre lingue possono essere percepite come sempre meno importanti. Il che è pure contrario ai principi europei. La Crusca è intervenuta più volte su questo punto, per sottolineare che non è una questione di nazionalismo, bensì in linea con lo spirito costitutivo dell'Unione, che riguarda l'italiano e tutte le altre lingue ufficiali».
Però tutte queste traduzioni costano...
«Quello che si dice dei costi delle traduzioni non è giusto: sono lo strumento fondamentale per tutelare tutte le lingue. Solo se andremo avanti a tradurre i testi e quanto prodotto e diffuso dall'Ue potremo garantire la democrazia effettiva, che si basa anche sulla conoscenza delle lingue materne».
L'inglese non basterebbe?
«Certo che no. Tutte le lingue devono essere tradotte, cum grano salis. Se c'è bisogno di semplificare una procedura, basta l'inglese. Ma, per quanto riguarda i rapporti con i cittadini, come nel caso dei bandi, è fondamentale che sia garantita la possibilità di traduzione, perché è alla base dell'accesso».
L'uguaglianza linguistica non è un'utopia?
«No. Dal punto di vista della dignità, della storia e dell'importanza di ciascuna lingua per i diversi stati che costruiscono l'Europa, non esiste una gerarchia. Esistono lingue che, in diversi momenti storici, sono diventate delle “superlingue”, che facilitano lo scambio comunicativo e non solo; ma non per questo devono schiacciare le altre. Il punto è rendere concreto il ruolo delle diverse lingue, e rendere la politica multilinguistica una realtà».