Gli eterni pretesti dell’antisemitismo

Non saranno gli hezbollah con i loro lanci maldestri di razzi katiuscia a cancellare Israele dalle carte geografiche, però sono gli ultimi in ordine di tempo a illudersi di riuscirci. Dietro di loro, Siria e Iran, gli stati più oltranzisti, stanno in agguato, studiando il momento più favorevole tra odio crescente e paura di fallire. Il Libano è stato un avvertimento. Israele, risoluta nel proprio diritto, non ascolta le grida isteriche dei complici dei terroristi guerrafondai in Italia.
Una cattiva letteratura, che va da sinistra a destra, accusa Israele d’essersi impadronita di territori non suoi e di occuparli contro i diritti degli arabi. È una convinzione la cui falsità non avrebbe nemmeno bisogno di essere dimostrata. L’antisemitismo europeo non aveva nozioni storiche e geografiche più precise ma ripeteva con Proudhon che «bisogna rimandare questa razza in Asia oppure sterminarla».
I palestinesi si sentono defraudati di un territorio che è stato popolato dagli arabi in tempi posteriori alla conquista musulmana.
Duemila anni avanti Cristo Egizi e Ittiti abitavano la striscia di territorio corrispondente agli attuali stati di Israele, Libano, Siria e Giordania, «chiamata terra di Canaan dal nome dei suoi più antichi abitatori, i Cananei. Nel XIII secolo avanti Cristo vi giunsero i Filistei, indoeuropei della medesima stirpe dei cosiddetti «popoli del mare», e gli Ebrei. Provenendo dalle terre dei Sumeri, in Mesopotamia (attuale Irak), attorno alla metà del secondo millennio avanti Cristo, gli ebrei s’erano mossi verso il Mediterraneo. Il nucleo più consistente si stanziò in Egitto in base a un trattato che consentiva agli ebrei di lavorare nella valle del Nilo in cambio di un atto di sottomissione al faraone. Con l’avvento di Ramses II le loro condizioni di vita cambiarono e gli ebrei, guidati da Mosè, abbandonarono l’Egitto dirigendosi verso la terra di Canaan, o Palestina, come la chiamarono i Filistei. In Palestina gli ebrei fondarono uno stato formato dal regno di Israele a Nord e dal regno di Giuda a Sud. La conquista romana segnò l’inizio della diaspora per il divieto imposto dai romani agli ebrei di risiedere in Palestina. Sotto gli imperatori cristiani - Costantino, Teodosio e Giustiniano - gli ebrei furono privati in parte dei loro diritti civili e politici. È con la conquista araba del VII secolo dopo Cristo che il territorio - mantenendo la denominazione di Palestina fino al mandato britannico nel ventesimo secolo - divenne meta di insediamenti di tribù nomadi arabe che impoverirono la terra. Semmai gli usurpatori sono loro.
La diaspora aveva quasi spopolato la Palestina di ebrei che non perdevano il diritto e la speranza di un ritorno a Sion - solenne promessa - come poi avvenne con l’indipendenza del territorio dal dominio britannico.
Gli arabi palestinesi non potevano far finta di non sapere che gli ebrei c’erano prima di loro.
Ma nel 1948 rifiutarono di accettare che il territorio fosse diviso in due stati, uno ebraico e l’altro arabo. Lo volevano uno tutto per sé. Gli ebrei potevano andare in Etiopia o in qualche altra parte del mondo, ma non nella terra dei loro avi.
Il dominio arabo era stato abbastanza tollerante, però gli ebrei non potevano citare il Corano e tanto meno toccarlo. Le peggiori persecuzioni le subirono nell’Europa cristiana. Gli ebrei non potevano possedere la terra, non potevano viaggiare, potevano fare solo i venditori ambulanti e i mercanti di bestiame, non potevano sposarsi fino all’età di trentacinque anni, e tutto questo era durato fino al XIX secolo. Il nazismo non inventò nulla di nuovo.
Le poche opportunità concesse avevano spinto molti ebrei all’attività finanziaria e al prestito su interesse vietato ai cristiani, da cui derivò la tradizionale accusa di usura. Gli ebrei erano subdoli e avari e si riconoscevano dalla palandrana e dal naso adunco.
L’antisemitismo dei cattolici traeva origine dall’accusa di «deicidio» mossa dalla Chiesa agli ebrei ma non ai romani inventori del supplizio mediante la croce. Nel 1924 padre Agostino Gemelli, futuro firmatario del manifesto razzista del 1938, commentando il suicidio del professore ebreo Felice Momigliano, scrisse sulla rivista Vita e pensiero: «Si starebbe meglio se, insieme col positivismo, il socialismo, il libero pensiero, e con Momigliano, morissero tutti gli ebrei che hanno crocifisso Nostro Signore».
I giornalisti salariati applicarono con entusiasmo le regole del regime.
«Dentro a poche varietà gli ebrei appaiono tutti uguali, come i cinesi, come i negri, come i cavalli adeguati agli incroci consanguinei, dalla eguale vita, dagli eguali squallidi orizzonti», aveva scritto Paolo Monelli sul Corriere della Sera del 1939. «L’ebreo, ecco il nemico, è il grido di paura dei Governi e delle Nazioni dell’Asse...» scriveva Augusto Guerriero (Ricciardetto) sul Corriere del 1941.
Il manifesto razzista del 1938 venne sottoscritto da 180 scienziati e da 140 fra politici, intellettuali e giornalisti, alcuni dei quali tuttora vivi e vegeti.
L’antisemitismo riaffiora come malattia inestirpabile in Francia, in Belgio, in Europa. I fascismi domati hanno addomesticato il linguaggio.
La sinistra, preoccupata di prestarsi a una fondata accusa, vorrebbe distinguere l’antisemitismo dalla condanna politica espressa in questi giorni contro Israele, che lotta per la vita. Ma è proprio questa condanna, senza alcuna comprensione per l’aggredito e invece uno speciale occhio di riguardo per l’aggressore, a presupporre il pregiudizio e l’antisemitismo delle origini.
Il filo nero dell’antisemitismo dipanato nei millenni cuce insieme destra fascista, sinistra comunista e cattolicesimo terzomondista. Giulio Andreotti ha detto: «Se nasci in un campo profughi e non vedi un avvenire si può capire se diventi terrorista!». Facile sillogismo.