Le etichette del mistero sono al supermarket

Ok, abbiamo capito che quando facciamo la spesa dobbiamo leggere bene l'etichetta dei prodotti che compriamo. Ci è perfettamente chiaro che la tracciabilità di una bistecca e di una confezione di uova è importante. Abbiamo perfino capito che il «latte fresco» con cui sono fatte certe merendine, ovviamente appena munto non è. E anche che nei vasetti di marmellata a basso costo non c'è nemmeno un grammo della polpa dell'albicocca gigante disegnata sulla confezione.

Detto questo, pur essendo diventati abbastanza bravi a dribblare le trappole del marketing, non siamo minimamente in grado di capire di cosa è fatto il cibo che acquistiamo. Non ce ne danno la possibilità. E anche ora che le leggi europee impongono limiti e trasparenza, ci vuole come minimo una laurea in chimica per leggere l'elenco degli ingredienti.

IL BLUFF DELLE ETICHETTE

L'Unione europea ha partorito un'infinità di decreti e direttive per regolamentare le etichette dei prodotti alimentari e per dare «informazioni adeguate» ai consumatori. Uno dei testi cardine è il regolamento 1169/2011. Ma c'è qualcosa che non quadra perché l'etichetta è tutto fuorché chiara: per l'eccesso di informazioni inutili che non fanno che confondere le idee (ad esempio, le ricette o le traduzioni in più lingue), perché non tutti sono tenuti a sapere che le sigle che vanno dalla E620 alla E625 indicano il glutammato di sodio, un aromatizzante contenuto in dadi da brodo, salumi o piatti pronti che può provocare, se assunto in grandi quantità, mal di testa e capogiri. E ancora per la dimensione microscopica dei caratteri (consentita a caratteri alti 0,9 millimetri), tanto che nel 2017 Vytenis Andriukaitis, commissario europeo per la sicurezza alimentare, durante una conferenza stampa ha ammesso di non riuscire a leggere l'elenco ingredienti nemmeno con gli occhiali. L'unica cosa chiara e evidente è il codice a barre, quello che serve in cassa per fatturare.

Detta tutta, il prezzo è uno dei pochi elementi che ci aiutano nella scelta del prodotto di qualità: se è medio alto, abbiamo la garanzia che dietro alla lavorazione e alla scelta degli ingredienti c'è un po' di attenzione in più. Un altro guaio delle etichette è nascosto in ciò che non è scritto, in quelle omissioni tutt'altro che casuali.

Ad esempio, l'indicazione dello stato fisico del prodotto (in polvere, macinato, liofilizzato, concentrato, scongelato) spesso non c'è, ingannando la comunicazione sulla qualità. Così come si tende a non precisare se l'alimento è ionizzato o irradiato, informazione che certamente non invoglia all'acquisto. Oppure si creano equivoci. «Contiene baccelli di vaniglia esausti»: chi legge pensa «contiene vaniglia» e stop. Non sa che i baccelli esausti sono dei semplici scarti, una polvere nera che non dà sapore ma ha solo un impatto visivo.

L'ORIGINE DEI PRODOTTI

I nuovi regolamenti Ue dal prossimo anno obbligano le aziende a fornire informazioni sull'origine del prodotto, solo quando il luogo di provenienza dell'alimento indicato o anche semplicemente evocato in etichetta non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. Ad esempio un pacco di pasta lavorata in Italia dovrà indicare l'origine del grano, se questo proviene dal Canada. Stessa cosa per un prosciutto fatto in Italia con cosce suine tedesche. Di sicuro un passo indietro per le normative italiane già approvate su pasta, riso, latte e prodotti del pomodoro: oggi su una confezione di spaghetti è sempre obbligatorio inserire l'indicazione della provenienza del grano, a prescindere dal fatto che il marchio evochi il simbolo dell'Italia.

A raccontare tutti i segreti del cibo industriale, soprattutto quello meno costoso, è un «pentito» del sistema della grande distribuzione. Christophe Brusset, francese, manager per oltre 25 anni nell'industria alimentare, ha scritto «E allora cosa mangio?», libro confessione in cui racconta tutti i retroscena, reparto per reparto. E smentisce il luogo comune secondo cui «se un ingrediente è autorizzato, allora vuol dire che non c'è pericolo».

«Niente di più sbagliato - sostiene lui - Quando mi chiedono qual è la cosa peggiore che ho visto nell'agroalimentare, tutti si aspettano che parli degli escrementi di topo nei lotti di spezie, della ruggine nei container di miele cinese o dei vermi triturati nelle puree di frutta. E invece la cosa peggiore sono i veleni autorizzati: additivi, pesticidi, sciroppo di fruttosio, aromi artificiali». Alcuni provocano allergie, altri insulino-resistenza o pancreatite. I grassi idrogenati possono contribuire all'insorgenza di cancro, malattie cardiache e danni al fegato.

Ma l'Organizzazione mondiale della sanità sul suo sito li autorizza, prendendo semplicemente atto del fatto che «svariate migliaia di additivi alimentari sono utilizzati e concepiti per rendere gli alimenti più sani e attraenti».

I VELENI

E sarà anche vero che alcuni prodotti chimici impediscono, vivaddio, la proliferazione dei batteri nel cibo, ma è abbastanza chiaro a tutti che la priorità del loro utilizzo non sia questa, bensì far durare più a lungo l'alimento, fettina di carne o formaggio che sia, e renderlo più bello: l'anidride solforosa (E220) e l'acido sorbico (E200) donano un colore vivace alla frutta secca che altrimenti sarebbe tutta marroncina. I nitriti danno un tocco più rosa al prosciutto cotto. «Il loro utilizzo - precisa Gianluca Di Ascenzo, presidente Codacons - è disciplinato dal decreto ministeriale 26 maggio 2016 che ha aggiornato la disciplina della produzione e della vendita di alcuni prodotti di salumeria e consente l'utilizzo di additivi, nel rispetto del principio generale e della normativa comunitaria secondo cui non devono indurre in errore i consumatori e il loro utilizzo presenti un reale vantaggio per questi ultimi».

Il Codacons sostiene che il 40% della frutta fresca e della verdura commercializzata in Italia presenti tracce di pesticidi e denuncia che, a lungo andare, queste sostanze possano causare «problemi al sistema nervoso centrale, al fegato e alla fertilità». Analizzando le bucce delle mele, i chimici dell'associazione consumatori hanno identificato oltre dieci pesticidi diversi. In nessun caso vengono superati i limiti massimi consentiti dalla legge per ogni singolo pesticida «ma - sostengono - la presenza di molteplici sostanze chimiche può portare al fenomeno del cosiddetto multiresiduo e la loro sommatoria può provocare seri danni alla salute». Da qui la decisione di presentare un esposto alla Procura per accertare eventuali violazioni su uno dei frutti più consumati durante l'anno.

IN GIRO PER REPARTI

Nella sua guida, Brusset sprona a diffidare del miele primo prezzo proveniente dai paesi dell'Est, dalla Spagna o dal Sudamerica, «perché spesso si tratta di crocevia per il falso miele cinese» che, se è andata bene, di api ne ha viste giusto un paio. Occhio anche alle marmellate da discount. Quelle di fragole spesso sono un concentrato di succo di sambuco (colorato e meno costoso), zuccheri di vari tipi, aromi e acheni, i semini scuri sul dorso della fragola, acquistati (senza fragole) dai fabbricanti di passate e concentrati e necessari a dare una sensazione di naturale al palato.

C'è da fidarsi delle fette biscottate con il 96% di cereali che, dopo il pane tradizionale, sono tra i prodotti industriali più sani. Lo stesso discorso però non vale per le merendine e i biscotti, spesso pieni di additivi o sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio. Così come i succhi di frutta: vanno evitati quelli di marche poco note e ricavati da concentrati di frutta, trasportati e reidratati in un secondo momento con l'aggiunta di miscele di zuccheri per evitare che abbiano il retrogusto amarognolo.

Un occhio anche sulle etichette dei prodotti light. Un esempio: la maionese dietetica. L'olio viene sostituito con l'acqua per abbattere l'apporto calorico. Ma per tenere insieme la miscela vengono aggiunti additivi e addensanti che non lasciano più nulla di naturale al prodotto. Gli additivi, assieme all'acqua, vengono aggiunti anche al pesce «fresco» e alla carne. Dal bancone dei formaggi, scegliamo solo quelli veri. Così come per il burro: che sia burro sul serio, bio o extra fine, con l'82%i materia grassa proveniente esclusivamente dal latte e non da oli vegetali. Lo yogurt, che di per sé è un prodotto sano, è meglio al naturale, senza aggiunta di zuccheri, coloranti e aromi alla frutta.

Commenti

vince50

Mer, 24/04/2019 - 10:16

Le etichette le può stampare chiunque a proprio piacimento,tanto nessuno le legge e comunque non ci si capirebbe nulla.Il resto sono solo leggende,e chi non scrive il vero non rischia nulla.

Ritratto di Beppe58

Beppe58

Mer, 24/04/2019 - 10:31

Non basta. In grandi supermercati e centri commerciali ho visto, e non una volta, pomodori venduti come marocchini (sic) venire invece dalla Polonia (!!). Fragole spacciate per spagnole originarie in realtà di altri paesi. Va bene. Volete prenderci in giro (Ue, centri commercialti, ditte produttrici), fate pure. Poi però scatta la nemesi. Il consumatore, scoperta UNA volta la truffa, volterà le spalle a quel prodotto e alla ditta che lo sta commercializzando. Con buona pace dei bilanci.

Giorgio Rubiu

Mer, 24/04/2019 - 10:43

Ci sono marmellate e confetture dentro i cui vasetti si vedono chiaramente i pezzi di albicocche, ciliegie, arance, pesche ecc. Favorire l'acquisto dei quelle marche anziché cavarsi gli occhi nel tentativo di leggere etichette ricche di sigle e termini incomprensibili.