Ettore Zapparoli, una vita in solitaria

Nel 1951 morì sul Monte Rosa. Forse sono suoi i resti trovati qualche giorno fa

«Poco su di qui è l’orlo stellare/ delle rocce dove ci si sente semiastri,/ le pupille arse vi colgono visioni che poi,/ scendendo, sembrano trafugate/ al sogno: “abito un astro” dice uno lassù». Fu l’alpinista, poeta e musicista Ettore Zapparoli (1899-1951) a vergare questi versi. Sono tratti dal romanzo Il silenzio ha le mani aperte, opera letteraria che, come l’opera musicale dell’autore-scalatore, non incontrò i favori della critica, salvo una recente rivalutazione del filosofo Eugenio Pesci.
Eppure, se c’è un personaggio dell’immaginario alpinistico novecentesco entrato nella leggenda, questo è proprio Zapparoli. Non ci sono altri intellettuali-alpinisti della prima metà del ’900 il cui astro postumo brilli così fortemente rispetto al flebile lume cui fu destinato in vita. Alpinisticamente poi, per dirla con un termine a tema, non fu esattamente «una cima», se è vero che più d’uno dubita persino della sua presunta prima al Canalone della Solitudine (Maurice Brandt in Guide des Alpes Valaisannes) sul Monte Rosa. E allora perché quei fiumi di inchiostro, perché uno dei più begli elzeviri di Dino Buzzati, quello uscito sul Corriere della Sera l’1 settembre 1951 fu proprio dedicato a lui, perché tutti quei libri (ricordiamo quello di Eugenio Pesci, Solitudine sulla Est, Cda&Vivalda), quei convegni, quei reading?
E ora, di fronte al ritrovamento avvenuto la settimana scorsa di un mucchietto di ossa, di un vecchio moschettone, di un fazzoletto bianco finemente ricamato, il pensiero inevitabilmente corre a Ettore Zapparoli. Soltanto i corpi di altri tre alpinisti scomparsi, fra i molti sedotti mortalmente dalla grande parete, potevano trovarsi in quel punto. Ma i brandelli di tessuto del maglione sono di colore diverso, e allora è lui, hanno concluso alcuni.
Milanese d’adozione, amico intimo di Dino Buzzati, Zapparoli è considerato «l’ultimo alpinista romantico», legato a doppio filo, in vita e in morte, alla parete più himalaiana delle Alpi, la Est del Monte Rosa, assurta agli onori della cronaca in anni recenti per il lago effimero che ha minacciato il villaggio Walser di Macugnaga, in Valle Anzasca. Da buon romantico Zapparoli prediligeva le solitarie. Nel ’34 salì al colle Gnifetti, nella parte più terribile della Est; nel ’37 vi aprì una nuova via (la «Cresta del Poeta») che esce sulla Nordend. La dedicò al suo amico e mentore Guido Rey. Il 17 e il 18 settembre 1948, in condizioni impossibili, Zapparoli dichiarò di aver tracciato l’ennesima via alla parete, ancora sulla Nordend, a destra della Cresta del Poeta: il «Canalone della Solitudine», su cui pendono molti dubbi. Infine si arrivò al ’51, l’atto finale.
Partito come sempre in solitaria verso un’altra delle cime principali del Rosa, la Zumstein, era intenzionato a risolvere il problema della diretta alla parete. Non fece più ritorno. Ai custodi del rifugio Zamboni-Zappa sembra avesse detto: «se dovessi morire sul Rosa non venite a cercarmi: tanto non mi trovereste mai». Si aggiunga che Zapparoli, prima delle sue scalate, faceva tappa a Macugnaga, nella casa di una contessina, per deliziarla con qualche sonata al pianoforte.
Chissà, forse fu davvero l’aura di cui seppe circondarsi a stregare persino Buzzati, il quale scrisse a proposito dell’amico: «Benché io non sia mai stato là, lo vedo uscire dal rifugio Marinelli alla luce della luna e allontanarsi attraverso le rocce e poi sulla fosforescente neve, tric tric si ode il suono ritmico della sua piccozza sulle pietre, tric tric sempre più lontano e poi silenzio, soltanto la sua sottile sagoma scura tra i ghiacciai, dritta, viva, fin troppo romantica, con la eleganza rigorosa di chi parte per l’eternità».
Che il ritrovamento di questi giorni sia riconducibile con certezza a Zapparoli conta relativamente. Perché, come in tutti i miti - e quello di Zapparoli è ormai un mito - ci sarà sempre lui nel primo bagliore che attraverserà il pensiero di tutti i ritrovatori di domani.
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