Europa a 25, attenti a quei due

Livio Caputo

Il processo di allargamento dell’Unione Europea ha una sua inevitabile inerzia, nel senso che le adesioni che vanno in porto oggi sono state decise anni fa - quando il clima era ben diverso dall’attuale - e che quelle che fossero decise oggi avrebbero bisogno a loro volta di un altro lustro di trattative per arrivare al traguardo. Raramente i calendari stabiliti vengono modificati in corso d’opera, perché eventuali rinvii creano delusioni e squilibri, con relative pericolose ricadute sulla pubblica opinione. Ma, tra pochi giorni, dovremo probabilmente registrare la prima importante eccezione alla regola: se rispondessero a verità le voci che circolano a Bruxelles, la Commissione sarebbe orientata a raccomandare al Consiglio Europeo lo slittamento di un anno dell’ingresso nella Ue di Bulgaria e Romania, originariamente fissato per il 1° gennaio 2007, «per dare più tempo ai Paesi interessati a prepararsi ai nuovi impegni che li attendono». Si tratta, ovviamente, di un eufemismo per dire che le due nazioni balcaniche sono in grave ritardo negli adempimenti necessari per entrare a far parte dei «Venticinque» e che, se non vogliono continuare a fare anticamera, devono compiere progressi molto maggiori nel campo della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, della ristrutturazione dell’apparato giudiziario e dell'accettazione del cosiddetto aquis communautaire (il complesso di leggi e di regolamenti che governano l’Unione).
Il rinvio sarebbe già un fatto abbastanza traumatico di per sé, in quanto indice di gravi errori di programmazione da parte europea e di incapacità di Romania e Bulgaria a far fronte agli impegni assunti. Ma, nelle circostanze attuali, esso sarebbe anche una spia della crescente insofferenza dei cittadini europei nei confronti del processo di allargamento e un segnale forte agli altri Paesi balcanici ancora in lista d’attesa - Croazia in primo luogo, ma anche Macedonia, Bosnia, Serbia-Montenegro, Albania e perfino Ucraina - che non vi è nulla di scontato e che, se vogliono davvero entrare a far parte della famiglia europea, dovranno moltiplicare gli sforzi prima di staccare il biglietto.
Se, infatti, l'ingresso di Romania e Bulgaria (già entrati a far parte della Nato) è ormai ineluttabile - sia pure in ritardo di un anno e probabilmente con una serie di clausole di transizione restrittive, specie per quanto concerne il libero movimento dei lavoratori - il processo potrebbe anche fermarsi lì. Prima di fare ulteriori passi, sarà infatti opportuno che l’Unione risolva le sue contraddizioni, si dia un nuovo assetto dopo la bocciatura della Costituzione da parte di Francia ed Olanda e finisca di «digerire» il passaggio da 15 a 25 membri.
Le notizie su questo fronte non sono incoraggianti. La Cancelliera Merkel, che assumerà la presidenza dell’Unione il 1° gennaio prossimo, ha già dichiarato che il periodo di riflessione che i capi di Stato e di governo si sono dati prima di riprendere il discorso dello Statuto non ha ancora dato i suoi frutti, e che comunque sarebbe inutile prendere qualsiasi iniziativa prima delle elezioni presidenziali francesi della primavera 2007. Nel frattempo, mentre si registrano con soddisfazione i progressi verso la piena integrazione dei nuovi membri più piccoli (in particolare la Slovenia, che si appresta ad adottare l’euro, e l’Estonia che ha il più alto tasso di sviluppo della Ue), si guarda con preoccupazione agli sviluppi in Polonia, dove è arrivato al potere un governo populista infarcito di elementi ferocemente antieuropei da cui si attendono, a breve, iniziative dirompenti. Le trattative con la Turchia, nel frattempo, sono finite nel freezer, mentre si moltiplicano nella stampa gli articoli critici nei confronti di Ankara, accusata di venir meno alle promesse fatte a suo tempo, quando si batteva per strappare la luce verde all’apertura del negoziato.
A preoccupare Bruxelles è soprattutto l’ondata di xenofobia che si sta diffondendo in numerosi Paesi dell’Unione, a seguito di eventi spesso scollegati tra loro, come lo scontro sulle vignette di Maometto, la paura di farsi portare via il lavoro dagli immigrati, l’incubo della infiltrazione di terroristi e certi clamorosi episodi di criminalità: un’ondata che ha obbiettivi diversi da Paese a Paese, ma che comunque spinge gli europei a chiudersi nel loro fortilizio, indipendentemente dalla validità degli obiettivi politici connessi ad allargamento e immigrazione. Oggi come oggi, se si sottoponessero proposte di nuove adesioni a referendum popolari (e in Francia è già obbligatorio), rischierebbero di essere bocciate dappertutto.