EVANS Lo scrittore che ascolta la natura

L’autore del bestseller «L’uomo che sussurrava ai cavalli» torna con un noir anomalo che strizza l’occhio all’eco-thriller

da Courmayeur
Nato nel Worcestershire, in Inghilterra, Nicholas Evans - ospite in questi giorni al Noir in Festival di Courmayeur, in Val d’Aosta - ha fatto rumore alcuni anni fa con il suo L’uomo che sussurrava ai cavalli da cui è nato anche un film di successo di Robert Redford. Film sul quale Evans è sempre stato un po’ scettico, specie per come è stata resa le seconda parte che, a suo dire, tradirebbe lo spirito del romanzo. Ma questo fa parte di un’annosa e universale querelle. Cittadino del mondo, più che del Regno Unito, Evans intrattiene da tempo un rapporto particolare con l’America del Nord, con i suoi grandi spazi di natura e con la sua società che ha avuto modo di conoscere profondamente lavorando negli States in qualità di sceneggiatore cinematografico. Così ambientazione e stile dei romanzi, e forse anche in questo risiede il segreto del loro successo, ne risentono non poco. Nicholas Evans è ora in Italia a presentare Quando il cielo si divide (Rizzoli, pagg. 482, euro 18,50) che, se non si può definire un noir in senso stretto, è senz’altro una storia di quelle che mettono i brividi. Intanto perché Abbie, la giovane Abbie, una delle protagoniste del libro, viene trovata morta sotto la lastra ghiacciata di un lago canadese. Figlia di una coppia newyorchese in crisi matrimoniale, Abbie era rimasta coinvolta in vicende di ecoterrorismo. In sostanza però le questioni ambientali sono un pretesto, anch’esse, come lo erano i cavalli e i lupi nei precedenti libri, per indagare la fragilità dei rapporti umani, il dolore, ma anche il calore, che tutte le relazioni inesorabilmente innescano. Quelle fra genitori e figli, fra uomo e donna, fra uomini e animali, fra uomini e uomini...
Sentimenti, natura, rapporti famigliari per Evans sono gli ingredienti di una scrittura d’appendice oppure ritiene che la letteratura abbia anche un ruolo in questioni cruciali della vita e della società?
«Voglio sperare che i miei libri non abbiano solo una funzione ornamentale, di intrattenimento, e devo dire che la mia idea di letteratura non è tale. Certo, nella nostra società si tende a semplificare la questione in questi termini: se un libro vende bene allora è superficiale; se vende poco allora assurge alla dignità di letteratura seria. Io sono felice che i miei romanzi vadano bene, e ci sono anche dei piccoli ma significativi esempi di come essi lascino un segno».
Quali?
«Le lettere di coloro che mi scrivono dicendo che i miei libri li hanno aiutati a comprendere meglio il senso di una loro relazione fallita, o di quanti hanno subito un lutto e il mio romanzo li ha aiutati a elaborarlo».
La sua scrittura si concentra su psicologia dei rapporti e fragilità dell’essere umano? E la natura, i cavalli, i lupi, l’ecoterrorismo?
«Molti ritengono che sia uno scrittore di animali, ma gli animali sono una metafora al limite. In effetti a me interessa gettare luce sugli aspetti emotivi e psicologici delle relazioni, sul dolore che gli uomini infliggono a se stessi e a coloro cui vogliono bene. Ma non si pensi alla disperazione e al male di vivere, come lascia intendere il finale del film L’uomo che sussurrava ai cavalli. Il film è un’altra cosa. Io lascio spazio alla speranza. C’è anche la natura ma non accetto l’idea che sia qualcosa di estraneo all’uomo. L’uomo avrà evoluto le sue facoltà intellettuali e logico-verbali ma mantiene anche una natura animale. E di questo tengo conto nei miei romanzi».
Il suo ultimo libro si apre con un’epigrafe da Calvin Sashone che, a proposito di uomini e donne, recita: «Solo così, divisi, essi potranno trovare la vera via». Perché?
«Intanto il titolo originale è The divide e si riferisce proprio a quell’incolmabile abisso che separa uomo e donna, cui l’amore non può sopperire se non temporaneamente e parzialmente. Naturalmente poi ci sono altri livelli: il primo è quello fra i due protagonisti, i genitori di Abbie, Benjamin e Sarah Cooper, che sono stati una coppia felice e la cui felicità, ora, si dà solo nelle loro vite divise; e poi c’è il livello del rapporto tragico, tremendamente attuale, esistente fra legalità e terrorismo, in questo caso l’ecoterrorismo».
Lei da che parte sta?
«Dalla parte della legalità, anche rispetto ad Abbie e alle questioni ambientali più grandi. Però con la consapevolezza - e la consapevolezza non è poco - delle ipocrisie che caratterizzano i nostri sistemi: vogliamo esportare la democrazia, la legalità, la civiltà altrove, ma gli stessi tutori della legalità si sottraggono ad essa, come dimostrano tanti esempi, ultimo in ordine di tempo quello dei sequestri illegali dei servizi segreti americani; il tutto in nome della lotta al terrorismo che sembra diventata la legittima giustificazione a tutto; io, per me, sono disposto ad accettare un po’ di terrorismo in più pur di non arretrare mai di fronte alla mia moralità».
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