Ewa, l’agente che spiò suo marito

Lo scrittore Pawel Jasienica (1909-1970) si è sempre occupato della storia della Polonia. Quella remota, dalla dinastia di Piast alla dinastia Jagellonica. Jasienica era anche un uomo allegro, galante, e non disdegnava qualche bicchiere di vodka. Ogni giorno, quando si recava in un piccolo caffè nello scantinato della palazzina dove aveva sede la sua casa editrice, i suoi lettori accorrevano ad assistere alle sue conversazioni. In quella caffetteria, nel 1964 Jasienica firmò, assieme a 33 intellettuali, la «Lettera dei 34», la protesta contro la drastica diminuzione dell’assegnazione della carta per la stampa dei libri (la carta era un bene regolamentato sotto assoluto controllo dello Stato) e l’inasprirsi della censura. Il regime comunista non tardò a rispondere: «Dare a loro tutti i passaporti e buttarli fuori dalla Polonia» ordinò Gomulka, premier e primo segretario del partito unico, rosso dalla rabbia.
Da quel momento Jasienica viene guardato a vista. Ogni suo passo è descritto minuziosamente nel rapporto che finisce sulla scrivania dell’ufficiale del ministero degli Interni. Quando nel 2001 la figlia di Jasienica chiese all’Istituto Nazionale della Memoria la documentazione riguardante suo padre rimase esterrefatta: riempiva una lunga serie di volumi. La lettura non lasciava dubbi: Pawel era vissuto circondato di spie che lo seguivano ovunque. Lui lo sospettava. Mai, però, lo sfiorò il dubbio che una di queste abitasse sotto il suo stesso tetto.
Era una bella donna, giovane e intelligente. Zofia Obretenny, per gli amici Nena, ovvero l’agente segreto «Ewa», aveva il compito di presenziare agli incontri dello scrittore con i lettori. Al termine di una serata, lei lo invitò a prendere un caffè. Lui, vedovo da molti anni, ne fu lusingato. Poche settimane dopo abitavano insieme.
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Il 25 novembre 1967 nel Teatro Nazionale di Varsavia andava in scena la prima di Dziady, di Adam Mickiewicz, un dramma sacro per i polacchi che risale ai tempi in cui la Polonia non esisteva sulle carte geografiche. Kazimierz Dejmek, regista di culto, aveva deciso di darne una lettura in chiave attuale, perché anche quei tempi erano bui. Quattro giorni dopo Dejmek venne chiamato dal ministro della Cultura: doveva mettere per iscritto che l’opera non sarebbe andata in scena più di una volta la settimana. Inoltre il partito limitò la vendita dei biglietti agli studenti: non più di cento per ogni rappresentazione. Ma queste restrizioni ottennero l’effetto contrario: tutti accorrevano a vedere il discusso spettacolo. Allora il ministero ne ordinò la soppressione.
All’ultima recita il teatro era strapieno. Fra gli attori e il pubblico si creò un’intesa sublime. All’improvviso il regista cambiò la scena finale: Gustaw Holoubek, uno dei migliori attori polacchi, nelle vesti di Konrad, invece di recitare il suo monologo entrò in scena con le mani ammanettate, muto. Con il sipario calò anche un silenzio sepolcrale. Ma dopo alcuni secondi scoppiarono gli applausi. E poi tutti all’unisono urlarono: «Indipendenza, libertà, basta censura». Quella notte il quartiere Srodmiescie di Varsavia non dormì. La gente, dal teatro si riversò sulla strada e andò sotto il monumento del poeta Mickiewicz. Negli angoli bui, aspettavano le auto della milizia. Era il 30 gennaio 1968.
Alcuni giorni dopo, durante una riunione del sindacato degli scrittori, Jasienica usò parole semplici: «La soppressione dello spettacolo è il risultato del governare senza controllo!». Anche in questo caso il regime rispose subito: «Nel Paese agisce una quinta colonna ebraica. Inviare subito al confino tutti i parassiti e i revisionisti».
Le case editrici interruppero i contratti con tutti gli scrittori che avevano firmato la lettera di protesta. Jasienica diventò il nemico numero uno della patria. Il primo segretario del partito comunista, durante il congresso nazionale lo attaccò: «Jasienica è un sionista, un revisionista, un servo dell’imperialismo». Disse che il suo vero nome era Leon Beynar (cosa peraltro nota a tutti: Jasienica era uno pseudonimo). Disse che Pawel era un disertore e fece intendere che dopo il suo arresto, nel 1948, aveva tradito i suoi compagni per sfuggire alla pena di morte. Inoltre i giornali controllati dal regime si diedero da fare per costruire un’altra bugia: Jasienica aveva sulla coscienza 186 vittime. Non era vero, ma lui non poteva difendersi. Mandava lettere ai giornali, ma era come buttarle in un pozzo senza fondo. Alle serate letterarie nessuno lo invitava più. Non poteva pubblicare nuovi libri, e quelli vecchi erano stati ritirati dalle librerie.
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In quei giorni frenetici l’agente «Ewa» lavorava molto. Condusse il prostrato Jasienica in un sanatorio. Ufficialmente per farlo riposare e fargli cambiare aria. In verità lei sapeva che lo avrebbero seguito fin là alcuni intellettuali dell’opposizione, offrendole così la possibilità di avvicinarli. Ogni giorno inviava un rapporto ai suoi superiori, specificando chi veniva a trovare Pawel e di che cosa discutessero.
Nel dicembre del 1969 Pawel ed «Ewa» (che nel frattempo aveva cambiato il nome in codice, adottando quello di «Max») si sposarono. La sposa aveva chiesto per quel giorno il permesso di non adempiere al suo compito quotidiano. Le fu concesso. Ma poi divenne ancor più solerte. Se alle ore 15 Jasienica incontrava uno dei suoi amici scrittori, alle 17 la dettagliata relazione era già sulla scrivania del colonnello dei servizi segreti. Lei non consegnava più i suoi rapporti di persona, ogni giorno veniva a prenderli un agente. Entrava in cucina dove lei preparava il pranzo. «Ewa» aveva fatto credere al marito che quell’uomo era un vecchio compagno di università.
Il 5 gennaio 1970 Jasienica annotò: «Ho cominciato a scrivere il mio ventunesimo libro, il mio diario. Nemmeno sogno di pubblicarlo. \ Per ventiquattro anni della mia vita non ho scritto una sola pagina in libertà». Quel diario doveva essere la risposta all’attacco, il suo testamento, il suo riscatto. Meno di sei mesi dopo, Pawel morì. Anche se non erano comparsi annunci sui giornali né necrologi sui muri, al suo funerale presenziarono oltre mille persone, fra le quali molti intellettuali e scrittori. Al cimitero c’era anche il direttore del terzo dipartimento del ministero degli Interni.
In un’intervista rilasciata nel 1991, Zofia disse che «era molto difficile sopportare la solitudine dopo la scomparsa del mio amato marito e la responsabilità morale verso l’eredità letteraria di un grande scrittore». Oggi si sa che una settimana dopo il funerale lei incontrò un alto ufficiale dei servizi segreti per decidere come impedire l’uscita dalla Polonia dei manoscritti di Jasienica. Il suo ultimo rapporto lo aveva scritto nel 1972, dopo una serata dedicata allo scrittore scomparso. Successivamente Zofia spiò la diaspora polacca in Francia e, dopo il ritorno in patria, anche i membri di Solidarnosc. Non si pentì mai. Morì nel 1997, in un ospizio.
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La doppia vita di Zofia e il suo losco ruolo di confidente venne rivelato pienamente nel 2001, dopo l’apertura degli archivi dei servizi segreti. Alla fine dell’anno scorso, dopo un lungo processo, i giudici stabilirono che la seconda moglie di Pawel Jasienica, in quanto spia, non era degna di ereditare. Quindi non poteva lasciare nulla di quei beni al figlio nato dal primo matrimonio, Marco. «Non si trattava - dice la prima figlia dello scrittore - di beni materiali. Prima di morire Zofia aveva venduto tutto ciò che possedeva mio padre, la sua casa e soprattutto la sua libreria, piena di volumi antichi. Quando chiesi a Marco di portarmi un ricordo di mio padre mi diede una busta di plastica con dentro un orologio a cucù che gli avevo regalato in occasione delle sue seconde nozze, alcune foto, una bottiglia di acqua di colonia vuota e un pettine rotto. Pazienza. Ma quello che non avrei tollerato era di dover firmare con lui i contratti per le nuove edizioni dei libri di mio padre».
Ottenuti i diritti d’autore, la figlia di Jasienica ha già un accordo con una casa editrice: dopo oltre 40 anni le opere di Pawel torneranno in libreria.