Fabrizio Clerici, i ruderi della vicenda umana

È piena di fascino la mostra inaugurata a Roma nelle sale della Biblioteca Nazionale Centrale dal titolo «Erbe e speziali. I laboratori della salute», che percorre gli sviluppi della botanica strettamente connessa alla medicina, ramificandosi, dopo l’invenzione della stampa 1450, in innumerevoli trattati che, data l’importanza della loro divulgazione, da allora divennero forse uno degli argomenti più urgenti nelle tipografie rinascimentali. Una mostra più che mai erudita, gremita di erbari e farmacopee, immagini che svelano la perizia e la catalogazione meticolosa dei naturalisti che egregiamente le composero per accrescere il sapere scientifico e per documentare le loro collezioni botaniche e i giardini che le ospitavano. Orti che erano vere e proprie farmacie, spesso adiacenti ai palazzi nobiliari o ai conventi, un repertorio di tutti gli accorgimenti, le regole, i medicamenti e i contravveleni.
È una mostra di edizioni rare e antiche, di quadri, di disegni e di erbari filologicamente esposti e corredati da molteplici arredi e utensili necessari a manipolare piante riferibili ad un’età in cui i giardini botanici - detti anche «orti dei semplici» - erano soprattutto una riserva di sostanze medicinali, dalla cui composizione si ottenevano i rimedi ad ogni sorta di malattia, ma anche «droghe semplici» in funzione di sedativi, unguenti e spagirici. Trattati che sono frutto della ricerca specialistica di grandi scienziati dei secoli scorsi, dal Durante ad Andrea Bacci, dal Mattioli a Pietro Castelli, da Giovanni Faber a Francesco Maratti e Liberato Sabbati, agli archiatri papali Gabriele Fonseca e Giovanni Maria Lancisi.
Conoscenze trasmesse dalla Scuola Medica Salernitana fondata da Federico II, che diede a tutto il Medioevo un indirizzo scientifico nell’impiego terapeutico delle piante medicinali e in cui costante è il riferimento al suo Regimen sanitatis che prevedeva solo 18 «semplici» vegetali: malva, menta, salvia, ruta, cipolla, senape, viola, ortica, issopo, cherefolio, ènula campana, pulegio, nasturzio, celidonia, salice, croco, porro e pepe nero. Ogni città, dopo il primo fondato a Salerno alla fine del XIV secolo, aveva il suo orto farmaceutico e quello stesso Orto Botanico di Roma - che eccelle alle falde del Gianicolo per la bellezza delle sue piante - ha avuto una sua fondamentale funzione, all’ombra del mecenatismo pontificio. L’inventario e le suggestive nomenclature delle erbe che qui si osservano - dal rabarbaro al tamarindo, dalla corteccia di guajaco a quella di china, un febbrifugo detto anche «polvere dei gesuiti» o «dell’Anticristo», al mitridato e alla teriaca, una sorta di panacea universale preparato a base di siero di vipera -, siano esse fedelmente copiate dal vero come propugnava Federico Cesi, oppure essiccate (hortus siccus) e inserite fra le pagine dei ponderosi volumi che le custodiscono, ci illuminano anche sulla loro esotica provenienza, dall’India, dalla Cina e dalle Americhe.
Certamente erano monopolio di prelati illustri attraverso la mediazione dei gesuiti che importavano dalle loro missioni in Asia e in Africa rare essenze le quali localmente erano già considerate medicinali. Il celebre gesuita Athanasius Kircher nei suoi studi sperimentali lasciava sempre uno spiraglio alla farmacopea. Egli risiedeva nel Collegio Romano ove era la sede del suo ordine con il proprio giardino dei semplici, biblioteca e spezieria governata dal motto «Se avrai l’orto con la biblioteca nulla ti mancherà». E tutte le innovazioni conoscitive introdotte dai conquistadores spagnoli e portoghesi, come i testi di Cristobal Acosta e Nicolas Monardes opportunamente tradotti dai medici ed eruditi quali Carlo Clusio, servirono a scoprire un’enorme quantità di prodotti della medicina indigena.
Ma sia le spezie sia le bacche dalle forme più bizzarre erano anche esposte nelle Wunderkammern di aristocratici che raccoglievano ogni sorta di curiosità, dagli animali alle conchiglie, dai fossili ai minerali, specificandone nei loro elenchi i più diversificati impieghi. E ne possiamo prendere atto visitando le ultime farmacie che ancora conservano i cimeli di un’antica tradizione, dai mortai in porfido, alle scatole in legno di sandalo, ai vasi di terraglia e porcellana cinese arabescata dalle rispettive iscrizioni e che ci danno solo una vaga idea della sovrabbondanza dei naturalia et mirabilia, che ne riempivano gli scaffali e che la mostra ricostruisce attraverso la storia delle più rinomate spezierie romane, sia laiche che conventuali: quella dei Padri Carmelitani di Santa Maria della Scala celebre per i suoi elisir e per l’acqua antipestilenziale o la spezieria dei Fatebenefratelli all’Isola Tiberina dispensatrice dell'acqua di melissa antisterica.
LA MOSTRA
«Erbe e speziali. I laboratori della salute». Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Viale Castro Pretorio, 105. Fino al 22 settembre.