Facciamo il mutuo per non morire

di Daniela Uva

Liste d'attesa interminabili, posti letto introvabili, difficoltà di curarsi nella propria Regione, paura che un intervento di routine possa trasformarsi in un incubo. E così sempre più italiani scelgono la sanità privata, rivolgendosi a specialisti che nei propri studi applicano tariffe spesso insostenibili. Il risultato è che ogni anno circa 40 miliardi di euro passano dalle tasche dei cittadini a quelle dei medici e delle case farmaucetiche. A tanto ammonta, infatti, la spesa privata per la salute secondo quanto reso noto dall'ultimo Rapporto Oasi del Cergas Bocconi.

Un dato enorme, che porta con sé una conseguenza inevitabile: sta crescendo la quota di italiani che per curarsi sono costretti a indebitarsi. Se nel 2015 le finanziare e gli istituti di credito avevano erogato per questa voce circa 340 milioni di euro, due anni dopo la somma è arrivata a quota 400 milioni l'anno. Questo significa che nel 2017 i pazienti sono stati costretti a (...)

(...) chiedere 60 milioni di euro in più per pagare prestazioni sanitarie private, come conferma l'osservatorio di Facile.it e Prestiti.it. «Oggi i soldi richiesti per curarsi rappresentano il quattro per cento del totale dei prestiti personali conferma Andrea Bordigone, responsabile Business unit prestiti di Facile.it -. Questa voce è salita all'ottavo posto in classifica e supera quella relativa alle spese scolastiche e universitarie. Ogni cittadino indebitato chiede in media 6.900 euro, mentre fino a pochi anni fa bastavano 6.600 euro». Un boom dovuto all'aumento dei costi delle prestazioni, ma anche a un peggioramento generale del Servizio sanitario nazionale.

VIRTUOSI E NO

«Siamo di fronte a un'emergenza, nella quale l'indebitamento rappresenta solo un piccolo, anche se significativo, aspetto conferma Francesco Longo, docente del dipartimento di Analisi delle politiche e management pubblico dell'università Bocconi di Milano -. Gli italiani spendono ogni anno una cifra enorme per curarsi privatamente, sottraendo questo denaro ad altre necessità. Ci sono famiglie ridotte sul lastrico perché hanno dato fondo a tutti i loro risparmi pur di non chiedere soldi in prestito e pagare gli interessi alle finanziarie. Altre hanno dovuto vendere proprietà o si sono rivolte a parenti e amici per raggiungere la somma necessaria».

Perché succede tutto questo? Secondo gli esperti il circolo vizioso è innescato da politiche sbagliate, che per far quadrare i conti dello Stato continuano a tagliare sulla salute. «Anche per il prossimo triennio il Sistema sanitario nazionale è stato finanziato con il 6,3 per cento del prodotto interno lordo, contro una media del 10 per cento di Paesi come Francia o Germania», prosegue Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato. «Il dato è molto preoccupante perché, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, investire per la salute una quota inferiore al 6,5 per cento del Pil significa intaccare automaticamente il diritto alla salute dei cittadini.

La stessa Corte dei conti ha registrato, nel triennio 2015-2018, una riduzione del finanziamento di questo settore pari a 11,5 miliardi di euro. Il risultato è che in Italia si spende di meno e si taglia di più. Inoltre in questi anni il ministero della Salute non ha avviato una politica nazionale per ridurre le liste di attesa. Così ci sono Regioni virtuose, come per esempio Emilia Romagna o Lombardia, nelle quali il problema è stato quasi risolto. E altre che hanno del tutto tralasciato il tema».

E' inevitabile, quindi, che per sottoporsi a una mammografia in un ospedale del Sud si possano spettare in media 122 giorni, mentre al Nord-Ovest ce ne vogliono 89. O che per una semplice ecografia sia necessario pazientare da un massimo di 62 giorni a un minimo di 42. Un tempo infinito per chi abbia urgenza di conoscere l'esito dell'esame. Non va meglio sul fronte visite specialistiche.

LISTE DI ATTESA

Nel pubblico per un consulto ortopedico possono trascorrere 66 giorni, contro i 47 di tre anni fa. Mentre per un check-up oculistico occorrono quasi tre mesi. Tempi che si annullano istantaneamente se si sceglie lo studio privato. Perché lì un appuntamento viene concesso anche il giorno dopo la richiesta.

Ecco perché, secondo gli ultimi dati resi noti dall'Istat, ben due milioni e 700mila persone nel corso del 2017 hanno optato per questa soluzione prima di sottoporsi a una terapia o a un intervento. Spendendo molto di più. Mentre altri 12,2 milioni di cittadini, quelli meno abbienti, hanno rinunciato a curarsi: sono 1 milione 200mila in più rispetto all'anno precedente. Altri otto milioni sono infine ricorsi all'indebitamento.

«A scegliere questo strumento sono sicuramente molte persone in difficoltà economiche, ma sta crescendo la quota di cittadini che hanno disponibilità economica ma preferiscono chiedere un prestito per non intaccare la propria liquidità», prosegue Alessio Rossiello, referente commerciale per il settore finanziario di Club Medici. Ma a cosa servono questi soldi? Al primo posto nella speciale classifica delle prestazioni private più finanziate ci sono le vistite specialistiche (74,7 per cento), seguite dall'acquisto dei farmaci (53,2 per cento).

Fra gli accertamenti diagnostici, ci sono l'odontoiatria (40,2 per cento), gli esami del sangue, le prestazioni di riabilitazione, le protesi e i tutori. Senza dimenticare le operazioni chirurgiche nelle strutture private e gli interventi di medicina estetica. E poi naturalmente pesano molto sulle tasche anche i viaggi della speranza, gli spostamenti da una Regione all'altra per cercare le cure migliori.

CONSUMISMO SANITARIO

Per far fronte a queste necessità, e aggirare le inefficienze del Servizio sanitario nazionale, gli italiani non ci pensano due volte a indebitarsi o a impoverire il proprio capitale. Tralasciando così altre priorità. Basti pensare che se i soldi ottenuti in prestito per curarsi rappresentano il quattro per cento del totale, quelli chiesti per pagare università o master ai propri figli si fermano all'uno per cento.

Chi spende più soldi privati per curarsi? «Sono i cittadini più abbienti. In particolare quelli di Valle D'Aosta, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, con una media di 700 euro l'anno per abitante specifica Longo -. Quelli che spendono meno abitano invece in Calabria, Campania, Sardegna e Sicilia. Queste persone nella maggior parte dei casi rinunciano alle cure. Proprio per questo ormai l'aspettativa di vita è maggiore al Nord, così come più alta è la qualità di vita percepita».

Non tutto il denaro speso però è davvero necessario. Spesso i cittadini, a causa di informazioni sbagliate o di medici superficiali, si sottopongono a prestazioni inappropriate, che fanno lievitare la spesa: esami inutili scatenati da una sorta di sindrome di ipocondria. «Ormai siamo di fronte a un fenomeno nuovo ma in costante crescita, quello del consumismo sanitario conclude Aceti -. Se vogliamo migliorare la situazione e aiutare i pazienti a usare in modo appropriato il loro denaro dobbiamo fare uno sforzo congiunto per evitare che si sottopongano a visite inutili o acquistino farmaci non necessari».

Daniela Uva