"Faccio diventare musica anche i nomi delle persone"

Il compositore ormai vede pochissimo: "Il buio non contagia la mia scrittura piena di sole. Ho tante paure ma, fare le stesse cose mi dà pace"

Gli anni passano, ma l'uniforme è quella di sempre. Ormai una sorta di logo: jeans, maglietta, scarpe da ginnastica, e in testa una cascata di riccioli bruni. Così va in scena Giovanni Allevi, artista da oltre un milione di copie di dischi e concerti sold out. Una montagna di dischi, di spettatori-seguaci. E di critiche. Perché la musica classica contemporanea che lui scrive, dirige o esegue al pianoforte, fa storcere il naso a quello che lui chiama il mondo accademico. Tuttavia ha dalla sua parte migliaia di spettatori che lo seguono ovunque, sorta di adepti.

Allevi non fa mistero delle ansie, fobie, attacchi di panico che lo perseguitano. Anzi, sfodera un ricco repertorio di colpi di scena. Si va dalla fuga su un'isola sperduta dell'Atlantico, in incognito, per ritrovare se stesso, correre, meditare e scrivere, al brano musicale «Panic» frutto di un attacco di panico e scritto su un'autoambulanza sfrecciante verso l'ospedale. «No Words» è stato composto l'indomani del terremoto ad Ascoli Piceno, dove Allevi è nato (nel 1969) e soggiornava nell'agosto del 2016. La pagina è confluita nel doppio album Equilibrium..

Come nasce un'idea musicale?

«Sento la musica che arriva, che è nella mente».

Viceversa, legge il mondo attraverso i suoni

«Sì, mi ritrovo a tradurre in suoni anche i nomi delle persone, anche il suo per dire».

Il nome Allevi cosa le ispira musicalmente?

«Al mio non ho mai pensato. Mi lasci riflettere (canticchia dei motivi ndr). Ecco, una scala alla Rachmaninov».

Quali concerti per pianoforte e orchestra apprezza di più?

«I due di Chopin eseguiti da Maria Joao Pirez: perfetto esempio di equilibrio fra rigore e leggerezza, il Secondo di Rachmaninov eseguito da Alexis Weissenberg e il Terzo da Vladimir Ashkenazy. Poi il Terzo di Prokofiev interpretato dalla Martha Argerich e il Quinto da Richter».

Nelle note di Equilibrium scrive: «Ho sempre cercato l'equilibrio, ma il meglio di me l'ho dato quando l'ho perso». Quando per esempio?

«Quando ho scritto il mio Concerto. Scrivere un Concerto per pianoforte e orchestra è una follia. Anzi una doppia follia. Per prima cosa perché affronti una forma classica complessa che forse potrebbe avere difficoltà a soddisfare standard discografici o radiofonici. In secondo luogo perché ti confronti con giganti come Chopin, Prokofiev, Rachmaninov, autori che amo con tutto me stesso ma dai quali bisogna saper prendere le distanze».

E la cosa le riesce dal momento che scrive, pubblica e incide. Cosa fa per vincere le resistenze psicologiche?

«Porto il linguaggio in un territorio che questi musicisti non potevano conoscere: il presente. Nei miei pezzi faccio confluire l'impeto ritmico dei nostri giorni».

ecco pronta la formula Allevi: «Musica classica contemporanea».

«Proprio così. Una musica che deve avere la forza e il coraggio di confrontarsi con le grandi forme come il Concerto, la Sonata, la Toccata e Fuga Finché non ti misuri con questi generi, giochi a noccioline».

Quest'idea di musica classica contemporanea solleva un mare di polemiche. Lei ha non pochi detrattori.

«Sono felicissimo dei critici che ronzano attorno».

Così la fama ha avuto un effetto destabilizzante

«Sì mi ha scombussolato l'esistenza, anche perché tutto è arrivato in là con gli anni. Forse ancora non riesco a gestirla».

Ha da poco subito un distacco della retina. Ora come vede?

«Bah, insomma. Il campo visivo è ridotto. Probabilmente ho subito un danno permanente. All'occhio sinistro ho quasi perso la vista, quello destro ha sempre avuto difficoltà dopo il problema alla retina di dieci anni fa».

Alcuni brani di Equilibrium sono nati proprio durante il periodo di forzato riposo al buio. La mente va a al Notturno dannunziano

«Ma a differenza di quel che accadde a D'Annunzio, il buio non ha contagiato la scrittura. Nel mio album non vi sono toni tetri, semmai è un'esplosione di gioia, di sole. E' come se attraverso la musica volessi vedere colori ora preclusi».

Sta affrontando il problema stoicamente.

«Sto scoprendo nuovi orizzonti. Per esempio ho imparato a suonare senza vedere, ed è entusiasmante. Suonare con gli archi attorno, senza vedere nulla, è un'esperienza assolutamente surreale».

Lei è compositore, direttore, pianista. In che ordine e percentuale è tutto questo?

«90% compositore. Anzi 100% compositore. La mia salvezza consiste proprio nello scrivere musica, perché l'ansia che ho dentro trova un momento di sollievo quando arriva nella mia mente la musica. La musica arriva e finalmente trovo pace. Quando seguo questo flusso di suoni per un attimo dimentico fobie e paure».

Paura di?

«Per esempio di parlare al telefono. In generale ho paura del cambiamento. Quindi devo fare le stesse cose, ho bisogno della ritualità. Quando faccio la spesa, per dire, compro gli stessi alimenti. E poi credo di essere asociale, infatti non riesco a capire come possa sentirmi a mio agio davanti alle folle. Proprio non capisco».

Come sta quando è sul palcoscenico?

«Stare sul palco è come ricevere un abbraccio dopo un qualcosa di tremendamente difficile. L'abbraccio che ricevo è forte. Quando sono sul palcoscenico e capisco che il pubblico mi accoglie, allora mi sento libero. Ho voglia di correre. Sto bene».

Parla di ansie. Ci convive da sempre?

«L'agitazione si è accentuata quando nella mia persona ha fatto irruzione il mondo mediatico. Da piccolo ero solitario, stavo per conto mio. Mi immergevo nella lettura di romanzi, testi di filosofia e di astrofisica altro capitolo importante. Non avrei mai pensato di diventare un trascinatore di folle».

Per sedare l'ansia cosa fa: psicanalisi, psicoterapia o non si cura?

«Soffro di attacchi di panico, quindi è inevitabile rivolgersi a uno psicoterapeuta. Però mi piace confrontarmi anche con filosofi, anzi: direi soprattutto con filosofi. Mi chiedo cosa sia un attacco di panico, voglio andare alla radice. Per esempio mi sono rivolto a Luciana Rasicci, ha scritto tanti libri sul tema, e grazie a lei ho capito tante cose».

Per esempio?

«Che questi attacchi sono il grido del lato più incontaminato e profondo dell'anima che si ribella al lato inautentico della nostra società».

E fra i filosofi dell'antichità chi le dà sollievo?

«Socrate, autore che deve essere ancora interpretato fino in fondo. Sono sicuro che diventerà il filosofo di riferimento del futuro. Viviamo in un'epoca dove tutti giudicano, hanno la ricetta per qualsiasi cosa, salgono in cattedra e si sentono allenatori della nazionale. Attitudine poi accentuata dal web. Un giorno ci sarà un Socrate a ricordarci che l'individuo conosce nulla, e che l'unica cosa di nostra conoscenza è che non sappiamo nulla. Sappiamo solo di non sapere. Spero che nella società del futuro accadrà questo. Auspico la scoperta della discrezione e del silenzio. La sospensione del giudizio».

In tema di giudizio, lei ne sa qualcosa.

«Io vengo osservato sotto tutti i punti vista, soggetto a continui giudizi. E dire che non ho ancora capito sulla di me, però c'è gente che sembra aver compreso tutto. Io non mi sono mai permesso di giudicare nessuno».

Da amante di Socrate, apprezza l'arte maieutica, l'idea di tirar fuori le potenzialità di ognuno di noi?

«Sì, infatti non amo il metodo-Toscanini, l'idea del direttore che urla e si scaglia sui professori d'orchestra. Parto dal presupposto di avere davanti grandi talenti, faccio in modo che ogni singolo talento emerga e vada a costituire un organismo frutto dell'amalgama di tanti singoli. Non mi piace imporre la mia visione. Quando dirigo voglio creare un'onda che possa coinvolgere tutti i musicisti e li faccia sentire a loro agio fino ad arrivare all'espressione musicale rigorosissima. Dietro le quinte ci diamo del tu, ridiamo, scherziamo, organizziamo partite di calcio. Poi questo clima si tramuta sempre in rigore e bravura».

A quali direttori d'orchestra va dunque il suo apprezzamento?

«A Leonard Bernstein, artista affascinante e carismatico. Gli bastava dirigere con gli occhi. Lui mi fa pensare alla musica come a un'onda amica che coinvolge i musicisti. Quando c'è questa magia, non sono necessari tanti gesti. E' una cosa che ho sperimentato».

Ha detto che non ama il cambiamento e che ha bisogno di seguire dei rituali. Quali segue quando compone?

«Cerco la ritualità nella vita di tutti giorni, mi dà sicurezza. Ma si contrappone all'esperienza musicale. La musica è cambiamento assoluto e continuo. Ti arriva in testa e regala emozioni che inseguo. Con la musica faccio una continua esperienza di cambiamento al punto d'avere problemi di percezione della mia identità. E' la ragione per cui bilancio questo movimento incessante nella mente e nell'anima con la routine della quotidianità».

Da ansioso le accadrà di avere notti insonni o disturbate. Come ne esce?

«Ogni notte mi sveglio alle 3.30 e mi riaddormento alle 6.30. La cosa può essere estenuante ma anche un'esperienza meravigliosa perché è proprio in quel momento che la musica viene a trovarmi e a salvarmi. Penso che il mio pubblico, così variegato, mi segua fedelmente perché avverte e condivide questa mia inquietudine e poi la salvezza della musica».

E quando non riesce a comporre?

«Rimango a pensare agli errori fatti nel passato, alle paure che riserverà il futuro».

Quando cambierà look?

«Non è un look, sono io. Ho talmente rispetto per la musica, provo un amore così viscerale che tutto va in secondo piano. Jeans e maglietta mi rappresentano come sono tutti i giorni, non voglio aggiungere simboli che si frappongano fra me e il pubblico».

A proposito di fughe ed esili su isole atlantiche. Era forse Sant'Elena?

«No, ma la tipologia è quella».

La mente va a Napoleone. Ha forse figure storiche che l'affascinano e ispirano?

«Una figura che mi ha ispirato molto è stata quella di Epaminonda. Durante l'università, nonostante avessi la media del 30 e lode, venni bocciato in storia greca. Inciampai proprio su Epaminonda. Così rifeci l'esame e a tu per tu con questa figura, ne capii la grandezza, carisma e forza interiore».

Come andò poi l'esame?

«Trenta e lode. Ah, ecco: un'altra figura è quella di Rachmaninov. Anche lui si ritrovò ad andare dallo psicoterapeuta, soffriva per le critiche. Del resto è così, se la musica piace al pubblico, arrivano le critiche. Però ai tempi di Rachmaninov o di Bizet, altro perseguitato, ci si limitava a qualche articolo, ora tutto viene amplificato da internet».

Perché ha affidato il suo primo concerto pianistico all'interpretazione di un collega?

«E' naturale per un compositore scrivere per interpreti, anzi è quello che è chiamato a fare. Poi mi piace il rapporto che nasce fra interprete e compositore. Jeffrey Biegel era talmente contento che avessi scritto per lui, che ha subito organizzato la prima mondiale negli Usa».

Il più bel complimento che le ha fatto?

«L'aver definito il mio concerto un lavoro dove la tecnica di Franz Liszt incontra Keith Emerson».

Commenti

dredd

Mer, 13/12/2017 - 09:33

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