«Faction» all’italiana? Ciò che rimane del genere tragico

«Fidatevi della storia, non di chi la racconta». Fëdor Dostoevskij, ad esempio, era un moralista insopportabile; con gli anni divenne un reazionario clericale, s’atteggiava a profeta, ma la notte sognava nuovi giri di roulette con cui rovinarsi la vita. Mentre lavorava a I demoni, stentava a riconoscere la sua Russia: le ideologie liberali, socialiste e anarchiche lo irritavano. Nel 1869 aveva letto alcuni articoli a proposito di una cellula terroristica messa in piedi da un allievo di Bakunin, tale Sergej Necaev, per il quale esisteva un’unica scienza: «la scienza della distruzione». Il risentimento spingeva Dostoevskij a scrivere un pamphlet contro quei «demoni»; ma il suo genio si ribellò al suo umore e Stavroghin si trasformò nel vero eroe del romanzo, il più grande nichilista della letteratura. Aveva scritto il libro definitivo sull’immensa vastità del male.
Dalle pagine de Il Corriere della Sera, Filippo La Porta ha salutato con favore il rilancio in Italia della cosiddetta faction (il romanzo mescolato al reportage), sostenendo che la vera letteratura non è più quella d’invenzione ma di racconto della realtà. Niente di nuovo sul fronte occidentale: basti pensare al Truman Capote di A sangue freddo e al Canto del boia di Norman Mailer; a quel genere, insomma, che da quarant’anni negli Stati Uniti va sotto il nome di new journalism. Ma è indubbio che, negli ultimi tempi, in Italia siano usciti molti libri di faction, tra cui Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo (sulla banda della Magliana) e Gomorra di Roberto Saviano (sulla nuova camorra).
A La Porta, su La Stampa ha risposto Giuseppe Genna (anche lui partito da un episodio di cronaca - la tragedia di Vermicino - per costruire il suo immenso romanzo Dies irae), obiettando che «per tradizione la letteratura italiana è allegorica. Per costruire un mito serve l’allegoria, non la descrizione. Tutti i reportage danno per scontato che la realtà esista, invece la percezione è un’allucinazione». Genna ha ragione: il romanzo realistico non esiste, romance e realtà sono due termini in contraddizione. Piuttosto, un romanzo è un grande romanzo quando dice la verità - e spesso la verità con la realtà non c’entra nulla. I nuovi padroni della città nella Gomorra napoletana, l’Alfredino Rampi del Dies Irae, i terroristi di Romanzo criminale, non sono reali: sono ologrammi scaturiti dalle diverse mitomanie di Saviano, Genna e De Cataldo, così come Piotr Verchovenskij non è Necaev, né Stavroghin è Bakunin, ma sono l’incarnazione dell’idea dostoevskijana secondo cui è un delitto confondere la libertà con l’arbitrio.
Detto questo, si può provare a investigare su una caratteristica specifica della faction: e cioè quella di rappresentare (quasi) sempre dei personaggi tragici.
Partiamo ancora una volta da Dostoevskij. Mentre i personaggi di Tolstoj «cambiano idea» nel corso dei suoi romanzi - ed è appunto nel loro percorso cognitivo la loro forza - quelli dostoevskijani «incarnano» ognuno un’idea; programmaticamente, essi sono al servizio delle tesi del loro autore. Ma il genio di Dostoevskij riesce a offuscare tale intenzione moralistica, rendendo i vari Stavroghin e Raskolnikov delle figure tragiche, alla maniera di Shakespeare. È curioso notare come Tolstoj non sopportasse il Bardo, mentre Dostoevskij lo idolatrava. Le grandi tragedie di Shakespeare eludono il ricorso a interpretazioni moralistiche; Shylock non può essere ridotto a un’allegoria cristiana e antisemita. La tragedia ci pone davanti a degli archetipi su cui la morale potrà semmai abbarbagliarsi, in modi diversi, nel corso dei secoli. La tragedia è plastica: Eschilo e Sofocle non modificavano mai il mito; Euripide lo arricchiva di elementi da lui creati, ma Alcesti, Admeto e Ferete sono e rimangono archetipi dell’eroismo, della pietas e del cinico egoismo.
Considerare I demoni un prototipo del new journalism è ridicolo. Eppure, due caratteristiche uniscono Stavroghin agli assassini di A sangue freddo o all’Edgar Hoover ritratto da James Ellroy e Don DeLillo, oppure ai camorristi di Saviano e all’Alfredino di Genna: sono personaggi letterari desunti da figure in carne e ossa; e sono tragici. Se la tragedia sta nella fissità dell’archetipo (che si fa mito), c’è niente di più immutabile di un personaggio dietro la cui maschera non c’è l’Autore ma la Storia?
Ecco perché non so se il romanzo-reportage sia l’unica risorsa rimasta agli scrittori (anzi, so che non è così); ma sono convinto che è nel new journalism che può perpetuarsi il genere tragico.