Il fai-da-te della rivolta al capitalismo che uccide la conoscenza

Lo «Spettro del capitalismo», un saggio di Sergio Bellucci e Marcello Cini, analizza il cambio epocale del sistema produttivo: dalle merci fisiche a quelle immateriali. E propone alla sinistra un bagno d'umiltà che sappia ripartire dal «basso» dell'auto-organizzazione

Durante gli ultimi vent'anni il capitalismo ha conosciuto un cambiamento epocale: da un'economia prevalentemente materiale, veicolata dalla legge della domanda e dell'offerta e dalla produzione delle merci fisiche, si è passati a un'economia dell'immateriale e alla produzione di un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.
In questo passaggio si sta verificando però un pericoloso attrito: il capitalismo tende infatti ad assorbire nelle proprie logiche di privatizzazione e mercificazione il processo produttivo della conoscenza, che per sua stessa natura è un bene comune e collettivo, soffocandone così lo sviluppo.
Il giornalista Sergio Bellucci, esperto di nuove tecnologie e Marcello Cini, professore emerito della «Sapienza» di Roma, studiano da tempo questo fenomeno. Nel saggio «Lo spettro del capitale» (Codice edizioni 2009, euro 14) la loro analisi si concretizza in una denuncia e nello stesso tempo in una proposta. Una riflessione lucida e allo stesso tempo appassionata sulla situazione culturale, economica e politica contemporanea, che guarda alle nuove forme di produzione dal basso (cooperative e democratiche) ma che parla alla classe dirigente e ai cittadini.
Secondo Cini e Bellucci la ricostruzione della sinistra a livello mondiale potrebbe avere aspetti simili, su scala planetaria, a quelli che hanno assunto in Europa alla fine dell'Ottocento la nascita delle prime organizzazioni degli operai e dei braccianti: società di mutuo soccorso, cooperative, banche popolari e successivamente anche sindacati e partiti.La cassetta degli attrezzi degli autori parte così da Marx, attraversa la lunga stagione neoliberista - analizzandone svolte e novità, modelli e soluzioni, sino alla crisi contemporanea - in un processo che disegna le inefficienze di un modello incapace di governare il futuro del pianeta.
Per immaginare e costruire i nuovi necessari equilibri occorre superare la logica interna al sistema, puntando non a un riequilibrio interno, ma alla creazione di una nuova analisi che affianchi a quelle esistenti «altre» logiche. Occorrono una logica nuova dell'organizzazione del lavoro, una logica nuova delle modalità di produzione; logiche che - a differenza delle vecchieforme economiche, che si sono imposte ai corpi sociali - stanno già emergendo in evoluzione simbiotica con il corpo sociale, i suoi desideri e comportamenti, ma che la politica deve avere la capacità di cogliere e, soprattutto, pensare.