Il falso mito della diversità e «l’ossessione Berlinguer»

Perché Fassino, nei momenti delicati, tenta sempre di rilanciare la leggenda di Berlinguer? Perché D’Alema, quando deve riaccendere l’orgoglio del partito, non manca mai di ricordare la lezione di Berlinguer? Perché Veltroni, tutte le volte che avverte il bisogno di tornare a interrogarsi sui motivi per cui si iscrisse al Pci, rievoca sempre il fascino di Berlinguer? Nel nuovo libro di Andrea Romano (Compagni di scuola – Ascesa e declino dei postcomunisti, Mondadori), si sostiene che la ricorrente celebrazione di quel loro antico maestro perduto da parte degli attuali capi diessini esprime il comprensibile bisogno di accreditarsi suoi legittimi eredi. Verissimo. Per loro Berlinguer rimane un irrinunciabile maestro. Ma per quale delle sue tante indimenticabili imprese la sua figura continua a destare nei loro cuori un sentimento di indistruttibile gratitudine?
Fra le sue principali trovate si ricordano l’invenzione del partito di lotta e di governo, l’apologia dell’austerità, il lancio della questione morale, il miraggio del compromesso storico e la fiaba dello strappo dall’Urss. Mai invece viene ricordata la sua sentenza più memorabile, ossia la frase con cui, nel luglio del ’79, gli accadde di determinare il rango spirituale dei comunisti italiani.
In quel mirabile motto essi venivano infatti allegramente definiti «gli eredi, i continuatori e gli interpreti di tutto ciò che di più alto è stato accumulato nei secoli dall’umanità»; nonché «i più tenaci costruttori dell’unità del mondo»; ragion per cui potevano considerarsi «l’avanguardia consapevole del grande movimento che darà inizio al regno della libertà».
Queste parole, naturalmente, infiammarono di orgoglio vasti armenti di compagni. E quelli che più s’infiammarono furono proprio i membri, a quell’epoca ancora giovanetti, di quella scelta covata di nuovi pulcini comunisti che più tardi si sarebbero chiamati da sé stessi «I ragazzi di Berlinguer». Giacché da quella sentenza essi appresero di botto di essere figli di un popolo uscito direttamente dai lombi di Omero e Dante, Mosè e Platone, Budda e Confucio, Zoroastro e Gesù, san Francesco e santa Chiara, Giotto e Leonardo, Michelangelo e santa Teresa, Shakespeare e Bach, Mozart e Goethe, Einstein e Proust; nonché, ça va sans dire, dello stesso Enrico Berlinguer. Il quale, in quanto magister e guida di quel medesimo popolo, poteva a sua volta legittimamente considerare se stesso la reincarnazione vivente di tutti i santi, i profeti, gli eroi, i pensatori, gli artisti e i poeti che dal principio dei tempi fino ai giorni nostri hanno fatto grande l’umanità.
Ecco perché ancora oggi nessuno di loro riesce a sottrarsi al dovere di onorare Berlinguer. Farlo equivarrebbe a rinunciare ad ammettere di essere stati, e di essere ancora, i meglio fichi del bigoncio universale.
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