Famiglia e società «assenti» in Dossetti

Una delle occasioni più stimolanti è stata una serata trascorsa con Giuseppe Dossetti. Egli stava già staccandosi dalla politica attiva \. Quella sera ci ha intrattenuto su quello che, a suo avviso, era il problema più rilevante, anzi lo scopo stesso del l’impegno politico: come associare il più compiutamente possibile gli individui alla vita dello Stato?
C’è una partecipazione elementare e previa – egli diceva – e si ha con le periodiche consultazioni elettorali. Ma non basta: non è sufficiente che il cittadino esprima ogni cinque anni il suo parere, intervenendo nella designazione del corpo legislativo e, indirettamente, del governo della nazione. Il coinvolgimento del singolo deve essere continuo, quasi quotidiano, in modo che tutti i problemi comuni, che via via si presentano, siano affrontati e risolti con l’apporto determinante di tutti.
Lo strumento attuativo di questo collegamento permanente tra la base e il vertice – così affermava – è il partito; anzi, i partiti, dal momento che non siamo nello Stato sovietico. Ne deriva, se si vuol costruire una società pienamente democratica, la necessità per ognuno di noi di appartenere a un partito di sua libera scelta, non solo iscrivendosi, ma anche intervenendo senza pause nella sua attività, contribuendo ai suoi interni dibattiti in vista della formazione di una linea di condotta concordata, coinvolgendosi insomma nell’intera sua esistenza \.
A un’analisi successiva più meditata il progetto schematico offertoci quella sera ci è apparso tipico più di un ideologo, che non sente il bisogno di uscire dalla cerchia delle sue intuizioni, che non di un politico che non perde mai di vista la realtà effettuale \. L’approdo di queste “attenzioni” dossettiane non era appagante. Il risultato era una visione delle cose che nella pubblica convivenza metteva in rilievo solo tre fattori determinanti: lo Stato, il partito, il singolo. Ciò che appariva del tutto assente dall’analisi di Dossetti era la “società”: la società con i suoi raggruppamenti spontanei e le sue libere aggregazioni, che logicamente e spesso anche storicamente precedono non solo i partiti ma lo Stato stesso, come è il caso per esempio della famiglia. In una parola, non c’era traccia del «principio di sussidiarietà». C’è da dire che questa «dimenticanza» non era solo di Dossetti: era di tutta quella giovane area cattolica, consapevole e lungimirante, che a partire dal declino del fascismo fino alla Costituente ha cercato di elaborare una cultura politica in grado di affrontare il mondo nuovo, che stava sorgendo dalle macerie della dittatura e della guerra.
Di fatto, anche per l’autorevolezza e il prestigio di Dossetti questo approccio alla problematica civile e sociale, con questa deplorevole negligenza, è stato condiviso da tutte le forze considerate «più aperte» fino ai nostri giorni. Questa assenza di un punto qualificante della dottrina sociale cattolica (o almeno questa scarsa considerazione) è uno dei limiti più vistosi del dossettismo politico e dei movimenti che poi vi si sono ispirati e vi si ispirano.