Fantascienza di destra Ecco la storia di un mito

Nell'Italia degli anni '70 la letteratura dell'Immaginario veniva bollata come «fascista». Liberarla dal ghetto conformista sembrava una missione disperata. Invece...

Che cosa si proponeva il Disdicevole Duo de Turpis e Fosco (così venivamo chiamati negli ambienti dell'intellighenzia fantascientifica di sinistra d'allora) con le Intollerabili Introduzioni scritte tra il 1972 e il 1981 per le collane di Fanucci? U

n duplice intento quanto mai semplice, considerando quel che si scriveva allora a livello critico di fantascienza & affini: dare un inquadramento ai libri pubblicati, giacché in genere non ne avevano affatto (e, in caso contrario, molto stringato), allo scopo di superare l'ambito specialistico e iperspecialistico; questo ampliamento di orizzonti, inoltre, veniva effettuato con riferimenti culturali che erano propri alla nostra personale preparazione e formazione. Il nostro intento principale era «tirar fuori» la letteratura dell'Immaginario dal ghetto in cui era stata confinata dalla critica generalista e mainstream (fantascienza letteratura di serie B, fantascemenza secondo la immortale definizione di Mike Bongiorno a «Lascia o raddoppia?»), ma anche da quella specializzata che, quasi autocompiacendosi di questo ghetto, era diventata del tutto autoreferenziale. Secondo intento era quello di avere una visione complessiva dell'Immaginario che quindi comprendesse non soltanto la fantascienza, ma anche il fantastico e l'orrore. Ecco quindi apparire sotto l'etichetta di «Biblioteca di fantascienza» o «Capolavori di fantascienza» sottotitoli delle collane Futuro e Orizzonti anche autori e relative opere che di certo vera e propria fantascienza non erano.

E quindi che sollevavano le proteste dei lettori e dei critici più ortodossi. Ma, come spiegavamo anche in base ai nostri riferimenti culturali, le ultime propaggini del mito si presentano con diversi aspetti nell'Immaginario moderno.Non vi era altro intento, ma allora è bene ricordarlo ai lettori più giovani si era nel pieno di quella «contestazione globale» (sic!) che sarebbe poi tracimata nei sanguinosi «anni di piombo», con morti e feriti: la contrapposizione Destra/Sinistra (spesso forzata, ma ciò allora non era importante) assumeva i toni di un vero e proprio furor, non solo nelle piazze, ma anche sul piano politico-ideologico-culturale. I riferimenti nelle nostre introduzioni talvolta, veri e propri saggi di dieci o venti pagine con note agli autori che ci servivano come base culturale per avanzare la nostra interpretazione della fantascienza intesa quale ultima facies del mito, e quindi la possibilità di analizzarla e interpretarla con un metodo che è poi stato definito «simbolicotradizionale» o anche «neosimbolico», erano considerati da chi non gradiva come pericolosissimi: un'operazione squisitamente «politica», una vera e propria «intollerabile provocazione», come si usava dire allora, da parte di due loschi «fascisti» che portavano acqua al mulino della «reazione in agguato» (come minimo).

Lo abbiamo scoperto più di trent'anni dopo, ma ogni volta che usciva un libro della Fanucci in certi ambienti ci si riuniva intorno a un tavolo per leggere le nostre introduzioni, dissezionarle, esaminarle al microscopio ideologico, valutarle e rendersi conto di quali terribili «pericoli» comportassero, quali esecrate ideologie trasmettessero agli impreparati e ingenui lettori di fantascienza degli anni Settanta. Presupposto di simili assurdità era che «mito» fosse sinonimo di «fascismo», stanti le teorie dell'ormai obsoleto filosofo marxistaleninista ungherese György Lukács, ancora oggi avallate da tardissimi epigoni, con grande sprezzo del ridicolo. Insomma, eravamo visti alla stregua di «cattivi», anzi pessimi, «maestri», tanto più pericolosi perché suscettibili di traviare giovani e vergini menti grazie ad una narrativa diffusa e popolare come la fantascienza.I lettori di oggi potranno constatare di persona la grande pericolosità di quei nostri scritti esaminando i testi compresi nel presente volume, e certo rideranno delle conclusioni degli inquisitori d'un tempo.

Si arrivò anche alle minacce fisiche, al punto che un giorno trovammo disegnato il profilo di una P38, la tristemente famosa pistola simbolo degli «anni di piombo», proprio sotto la finestra dell'ufficio della casa editrice: precisamente sotto quella, al primo piano, di fronte alla quale si trovava la scrivania di Sebastiano Fusco. Il quale si affrettò ad avvicinare ulteriormente la scrivania alla finestra, sia per vedere meglio chi passava per strada, sia per dimostrare che a lui i buffoni non facevano alcuna paura.Alla lunga, a spaventarsi fu invece Renato Fanucci, e in fondo non gli si poteva dar torto: aveva i magazzini negli scantinati dello stesso stabile, e sarebbe bastata una bottiglia di benzina per mandare in fumo anni di lavoro.

Nel contesto di quei tempi c'era gente che non esitava a bruciar vivi gli avversari «ideologici», come nel rogo di Primavalle, a Roma nel 1973, in cui persero la vita i due poveri fratelli Mattei: figuriamoci se potevano fermarsi di fronte a un po' di libri. Così, ci chiese di fare a meno delle introduzioni e decise di chiudere la collana Futuro giunta al numero 50. Alla morte di Renato Fanucci, il ruolo di editore passò al figlio, che attuò poco alla volta una meticolosa opera di «epurazione» cancellando ogni traccia della presenza, per dieci anni, dei due biechi figuri al vertice dell'azienda che aveva ereditato. A mano a mano che ripubblicava i libri a suo tempo scelti e curati da noi, tolse tutte le introduzioni, le note, il materiale saggistico e bibliografico da noi approntato, in qualche caso sostituendolo con i testi di firme molto, ma molto più «politicamente corrette», improvvidamente cercando anche di attribuirsi alcune priorità, quali la «scoperta» di un autore come Philip Dick, il che ci obbligò ad una smentita pubblica. Una specie di damnatio memoriae, che raggiunse l'acme con l'ignorarci per la «festa» dedicata ai trent'anni della casa editrice (nata con noi) e con la delicatezza di dirlo esplicitamente in una intervista. Tutto ciò è servito a ben poco, perché ancora oggi, a tanti anni di distanza, i nostri nomi e il nostro lavoro sono ricordati per quanto facemmo vivente suo padre. Questo stesso libro, in fondo, ne è una testimonianza.