Il fascino del libro bello e impossibile

Milano celebra la famiglia di tipografi che ha stampato volumi
progettati dai grandi designer Applicando sempre la regola di Bruno
Munari: "Pensate alla normalità. E poi fate l’opposto"

I l Lucini di primo grado fondò un’azienda moderna, il Lucini di secondo grado l’ha trasformata in un marchio d’élite, il Lucini di terzo grado ne ha fatto una industria tecnologicamente avanzata. Tutti insieme hanno dato vita a un’opera d’arte.
I Lucini fanno libri da tre generazioni, quasi un secolo, e hanno visto passare sotto i loro «torchi» le pagine più belle dal punto di vista letterario e dal punto di vista grafico del Novecento italiano. Chi si occupa di libri, cioè editori, scrittori, giornalisti, architetti, conosce benissimo la famiglia Lucini. L’Italia e Milano, la loro città, un po’ meno. Oggi, però, abbiamo un’occasione per riconoscerli meglio: la mostra curata da Andrea Kerbaker «Quando la tipografia diventa poesia» che si apre a Palazzo Sormani, a Milano, il 26 febbraio: nella sala del Grechetto, in venti grandi vetrine, una raccolta esclusiva e selezionata di 300 «pezzi» fra libri, plaquette, riviste, brochures, cataloghi e volumi d’arte racconterà la storia di questa strana famiglia di creativi di carta.

I Lucini hanno conosciuto, impaginato e stampato tutto e tutti: il meglio di Scheiwiller, moltissimo di Gio Ponti e Bruno Munari, cinque premi Nobel da Quasimodo alla Szymborska, e poi libri illeggibili, libri sonori, le favole cancellate di Emilio Isgrò, i libricini del premio Bagutta, decine di riviste d’arte, architettura e design, la collana di volumetti fotografici diretta da Ferdinando Scianna per Sciardelli, le monografie aziendali della Pirelli, dell’Olivetti, della Merloni... In quasi un secolo hanno stampato oltre 5000 volumi d’arte, più decine di migliaia di pubblicazioni varie.

Fu il nonno Achille, nato a Milano nel 1881 sotto il segno del Torchio, a fondare l’«Officina d’arte grafica Lucini», il 14 aprile 1924, nello stesso cortile coi ballatoi di via Piero della Francesca in cui sorge ancora oggi. Il figlio Ferruccio iniziò a collaborare con il padre nel 1932, e continuò a lavorarci fino a quando iniziò il figlio, Giorgio, entrato in azienda nel 1960 e che la conduce tutt’ora: dietro di lui non c’è una quarta generazione, e a che cosa fare dell’azienda ci penserà da grande. Per ora ha appena 70 anni e un sacco di idee ancora da realizzare. «Come mi sono venute le idee più belle che ho realizzato? Seguendo un consiglio che, da piccolo, mi diede Bruno Munari: “Quando devi fare una cosa, pensa alla normalità. E poi fai il contrario”».

Creativo come deve essere un tipografo, preciso come dev’essere un artista, ribaltando la normalità Giorgio Lucini è l’eccentricità in edizione di lusso. In smoking con papillon disegnati da pittori per le cene di gala, sportivo in tinta unita con chilometrica sciarpa fuxia per il sabato mattina lavorativo, momento in cui, mentre sta ultimando i preparativi della mostra alla Sormani, si aggira per l’Officina eponima raccontandoci la storia dei Lucini. E lo fa offrendoci come aperitivo un prosecco di Valdobbiadene doc, prodotto in bottiglie limitate con etichetta appositamente disegnata ogni anno, da trent’anni, da un maestro della grafica mondiale: Bob Noorda, Walter Ballmer, Italo Lupi, Alan Fletcher... «Bottiglie esclusive che regaliamo a nostri migliori clienti. Ma non a Natale, troppo banale... si ricordi la regola della normalità... ma a maggio, quando inizia a fare caldo. Molto chic».

Il racconto va in stampa. «Mio nonno, Achille Lucini, rimane orfano a 11 anni, e comincia a lavorare come aiutante-compositore in una piccola tipografia. A 16 è già proto, cioè capo-compositore, poco dopo lo prendono all’azienda grafica Alfieri&Lacroix, dove nel giro di 7-8 anni diventa direttore e ci rimane fino al 1924, quando si mette in proprio aprendo la sua Officina, cioè la nostra. Una decina d’anni dopo viene affiancato dal figlio, Ferruccio, cioè mio padre: nel ’43, tempo di guerra, due bombe al fosforo radono al suolo l’officina. Si ricostruisce e si riparte nel ’46. La mentalità è artigianale, ma la tecnologia la più avanzata del momento. Il cliente è sempre arrivato da noi con il testo e le immagini da stampare, ma su come impaginarli ci pensavano i Lucini, cioè noi. Diciamo che ci siamo sempre riservati una discreta autonomia creativa... Comunque, papà comincia a collaborare con pittori, architetti, fotografi, graphic designer. Essere a Milano è un vantaggio: si lavora con il mitico Studio Boggeri, si stampano riviste come Domus, Casabella... Io arrivo nel 1960. Un giorno, manca poco alla fine della scuola, mi padre mi chiama in ufficio e mi dice: “Cos’hai intenzione di fare dopo al Maturità? Prima di rispondermi, tieni a mente due cose: la prima è che è gradita la tua presenza qui in azienda, la seconda che il lavoro è fatica ma se fai un lavoro che ti piace fatichi meno. Alla luce di queste due considerazioni, ritieniti libero di decidere come meglio credi, ma fra tre giorni fammelo sapere”.

Tre giorni dopo gli ho detto che avrei lavorato con lui, e così ho fatto: mentre studiavo Economia e commercio all’università, in officina facevo la gavetta: legatoria, foto-lito, cartotecnica... Finché un giorno, nel 1980, mi padre mi richiama in ufficio e mi dice: “Da domani non vengo più in ditta: adesso puoi andare avanti da solo”. È mancato nel 2003, a 90 anni. Mi ha insegnato molto, ma soprattutto una cosa: che il grafico è un sarto che veste le idee».
Di idee i Lucini ne hanno vestite parecchie, e tutte in maniera molto elegante. Basta dare un occhio ai pezzi in mostra. Visto, si stampi: Lidel, la prima rivista stampata nel 1924, l’Apocalisse delle Edizioni della Chimera con le litografie di Giorgio De Chirico del ’41, i libri illeggibili di Munari finiti anche al MoMA di New York, il volumetto Vecchia auto «fatto in casa» nel 1961 con testi e illustrazioni di Dino Buzzati («Io ero giovanissimo, e mi mandarono a fargli vedere le bozze. C’erano un paio di “vedove”, la riga di testo finale di un paragrafo isolata all’inizio di una pagina, una cosa assolutamente da evitare... Ma come facevo a dire a Buzzati di togliere una parola? Lui capisce il mio imbarazzo, mi guarda, prende la matita e inizia a cancellare un aggettivo qua, uno là: “A tagliare si migliora sempre”, mi dice»), un pazzesco libricino concettuale dell’artista - concettuale - Vincenzo Agnetti, le bibliofollie di Scheiwiller e quelle per le strenne di Paolo Franci, le Trentadue variazioni di Eugenio Montale del 1973 con 32 colori diversi, l’Alfabeto Lucini progettato da Munari nell’87, i primi libri di poesia di Crocetti...

E, in un angolino, un’opera curiosa: è L’agenda del tempo libero, che riporta in calendario solo i giorni di festa. Ideata e impressa da Giorgio Lucini. Un artista prestato alla grafica, dandy quanto basta, bibliofilo impenitente con 20mila volumi in libreria («e anche un bibliotecario... cosa molto chic»), nonostante ami presentarsi come uno che non legge libri, «Li stampo e basta».