Fascismo, il consenso ha sempre ragione

La radio, i giornali, il cinema, lo sport: negli anni Trenta il regime consolida l’orgoglio dell’italianità impiegando tutti gli strumenti di massa

Il rapporto tra consenso e cultura di massa sotto il fascismo, affrontato dal nuovo volume della collana sulla storia del XX secolo del Giornale, mette il dito in uno dei temi storiografici più dibattuti. Giacché se Renzo De Felice ha ben illuminato il radicamento effettivo del fascismo nella società italiana, vi è ancora chi ritiene che il fascismo debba essere confinato nell’ambito delle tirannie imposte dall’alto, in particolare per smarcarlo dall’immediato parallelo con il comunismo.
Ma le direttrici della fusione tra cultura di massa e consenso in ambito fascista sono state ben messe in luce da molti studi: in primis quelli dedicati ai «nuovi media», che proprio in quel torno di tempo si prestavano all’applicazione su scala nazionale e internazionale. E dunque la radio, intesa come voce del partito e dello Stato, capace di portare quasi in ogni angolo del Paese il timbro e la forza evocativa di alcune personalità, prima ancora delle loro idee. Poi la grande fascinazione del bianco e nero del cinema, prima muto e poi (1931) sonoro: un campo in cui il fascismo diede prova di notevoli capacità creative unite a non picciola ambizione, accanto ovviamente al tritume di una propaganda di basso profilo. E ancora la stampa, cui il giornalista Mussolini non poteva certo essere indifferente. E poi le attività censorie, a partire dalla nomina dei direttori responsabili di sicura fede fascista sino alle «veline», ovvero il controllo sempre più serrato sui contenuti, giornali d’opposizione a parte.
Vertice di questo processo fu il Min.Cul.Pop., famigerata sigla che compendiava l’azione di un Ministero per la Cultura Popolare il cui compito era condurre le menti - e le anime... - del popolo alla verità dell’obbedienza. L’azione di una siffatta propaganda era diretta a debordare pressoché in ogni campo del vivere e del pensare. E si accesero i fari sul mito dell’Alfa Romeo, della Bugatti e della Maserati, vessillifere icone di un’italianità fascista, rombante e vincente da un capo all’altro del pianeta. O sulle vittorie di una nazionale di calcio capace di inanellare serie impressionanti di vittorie, intervallate da qualche pareggio e poche, pochissime sconfitte. O ancora sulle vittorie in atletica leggera, in particolare durante il rito neo-pagano delle Olimpiadi di Berlino (1936).
E poteva essere trascurato il «dopolavoro»? Niente affatto, considerato che l’OND (Opera Nazionale Dopolavoro) risale al 1925. Il fascismo aveva ben compreso come fosse necessario occupare lo spazio del tempo quotidiano per imporsi a livello delle masse. Una «cultura di massa» che si sostanziava anche di immagini e modelli, come quello del fascista sempre agile e scattante, volto rasato e muscolo bene in vista, archetipo inconscio di tanto wellness e fitness d’oggidì. E poi c’era il gesto repentino e identitario, il saluto romano che italianizzava retoriche del corpo ammantate di impasto storico ed emulazione d’importazione.
Lo scopo ultimo era unitario: cementare il corpo sociale lungo la direttrice d’un nazionalismo coagulato intorno a pochi concetti chiave - fede laica e obbedienza laicizzata, sostanziate da una disponibilità alla lotta su ogni fronte - e a un unico uomo. Dux-lux fu una fonetizzazione di idee-forza che non si vergognavano di storcere elementi della tradizione profonda del Paese per piegarli al nuovo vento: giacché parlare di «luce» significava cavalcare il mito luciferino della modernità e sfidare il fondamento cristiano di tanta parte della cultura europea, giacché «in principio era la luce». E, su questa falsariga, si pensi pure al canzoniere dei piccoli balilla del ’29, che non si vergognava di usare l’inno del Christus vincit, regnat, imperat per rivolgerlo al Duce.
E poi le grandi adunate, la scuola, l’università, gli intellettuali... Il che non spiega del tutto, ma almeno aiuta a capire come l’aumento vertiginoso degli iscritti al partito fascista, negli anni Trenta, non fosse solo il risultato di una imposizione burocratica, ma qualcosa di molto più profondo.