Il Fascismo? Mezzo conservatore e mezzo liberale

I fascisti stessi avevano le idee confuse su natura, caratteristiche, propositi del loro movimento e dello stesso regime. All’inizio, per esempio, Mussolini disse che il fascismo non era «merce d’esportazione». Poi avallò le suggestioni del «fascismo universale» o del «panfascismo». Attorno agli anni Trenta, dopo che era stata in gran parte realizzata quella che Alfredo Rocco aveva chiamato la «trasformazione dello Stato» attraverso interventi legislativi per lo più legati al suo nome, si discusse a lungo negli ambienti giuspubblicistici e politici per individuare e precisare quel quid novi caratteristico dello Stato fascista e atto a distinguerlo da altri tipi di Stato. Il dibattito si intrecciò con quello sul corporativismo e coinvolse i maggiori giuristi e teorici della politica del tempo. Non giunse però - proprio perché non era possibile giungervi, essendo il fascismo figlio della prassi e non già di una precisa filosofia politica - a una teorizzazione univoca. E ciò, malgrado il proliferare di studi (e persino di cattedre universitarie) sulla dottrina del fascismo.
Anche la storiografia non è pervenuta - indipendentemente dal giudizio etico o storico-politico - a conclusioni condivise sulla natura dello Stato fascista. Possono essere, infatti, individuati, sia pure in prima approssimazione, almeno due grandi filoni interpretativi: l’uno che riconduce il fascismo alla famiglia degli «Stati autoritari» del XX secolo e l’altro che lo assimila a quella degli «Stati totalitari».
Un contributo importante a questo dibattito giunge ora, con la pubblicazione di un agile lavoro dal titolo Lo Stato fascista (Il Mulino, pagg. 158, euro 14) scritto da un fine giurista, Sabino Cassese, il quale è, certo, uno dei maggiori esperti dei problemi dello Stato e dell’amministrazione statale. Proprio l’approccio di tipo giuridico-istituzionale, piuttosto che quello di pura e semplice ricostruzione storico-fattuale, ha consentito all’autore di giungere a conclusioni, a nostro parere, condivisibili. Cassese, infatti, pone subito, in via preliminare, un problema - quello delle «persistenze» istituzionali - che storici troppo legati a una visione ideologica degli avvenimenti rifiutano di prendere in considerazione o ritengono residuale.
Se è vero che, in più occasioni, Mussolini enfatizzò la «rivoluzione fascista» sottolineando la cesura fra liberalismo e fascismo e parlò di uno «Stato nuovo», totalitario e corporativo, è anche vero che, di fatto, egli governò utilizzando largamente le istituzioni prefasciste. La legislazione fascista non sostituì affatto quella precedente, ma si insinuò al suo interno integrandola e valorizzandone taluni aspetti autoritari. In fondo, osserva Cassese, il regime prefascista aveva una struttura autoritaria temperata da istituti liberali che il fascismo riuscì facilmente a eliminare o a mettere in ombra sostituendoli o giustapponendovi norme di ispirazione più autenticamente autoritaria. Si ebbe, così, in sostanza, una continuità di istituzioni cui fece riscontro una continuità di personale tecnico-politico. E, del resto, un discorso non troppo dissimile, secondo Cassese, potrebbe essere portato avanti per definire, al di là delle dichiarazioni di principio, il rapporto tra l’Italia fascista e l’Italia postfascista. Alla luce di queste considerazioni, appare del tutto errata l’idea che il fascismo sia stato, per usare la celebre espressione di Benedetto Croce, una «parentesi» nella storia d’Italia. La convinzione, insomma, che possa esistere una cesura netta tra l’Italia fascista e l’Italia repubblicana è un’idea, scrive Cassese, che «corrisponde più a un bisogno dei contemporanei di stabilire una distanza tra il fascismo e se stessi, che alla realtà dei fatti». Esiste invece, a suo parere, una continuità Stato liberale-Stato fascista-Stato democratico che si manifesta sotto diversi aspetti che riguardano, per esempio, il ruolo dello Stato come produttore di servizi e di beni o quello dell’amministrazione pubblica o infine la stessa sopravvivenza di strutture di tipo corporativo.
Dall’esame delle strategie istituzionali del fascismo, Cassese giunge alla conclusione - cui erano pervenuti anche studiosi come Hannah Arendt, Alberto Aquarone e Renzo De Felice - che non si possa parlare correttamente, per esso, di Stato totalitario. Nello Stato fascista, per esempio, si trovano sia una forte componente autoritaria sia una grande capacità di mobilitazione delle masse che non è propria dell’autoritarismo. Inoltre vi si possono rintracciare agevolmente sia forti motivi polemici antiliberali, sia l’accettazione della tradizione liberale e di alcuni suoi istituti, a cominciare dal Re e dal Senato. Ma non basta: i paradossi e le contraddizioni sono moltissime e Cassese le enuclea e analizza in questo bel saggio che rappresenta un contributo di rilievo al dibattito sulla natura del fascismo. Un saggio che, inoltre, offre un’importante lezione metodologica sulla necessità di combinare - nello studio di un fenomeno così complesso qual è il fascismo - gli strumenti dell’analisi storiografica con quelli delle scienze sociali e quelli giuridico-istituzionali.