Il fascismo visto dal buco del separé

«Mussolini e le donne» di Gian Carlo Fusco: il duce e i suoi gerarchi nelle vesti di playboy

Le canzonette in voga negli anni Trenta lanciavano messaggi e promesse di amori eterni. Signorine mi voglio sposare o Parlami d’amore Mariù: addio passioni senza freno, meglio la sicurezza piccolo borghese del sentimento familiare. E la voluttà e il fascino conturbante delle vecchie suggestioni dannunziane? Parevano ormai quasi al bando nell’Italia imperiale dove la donna è la padrona della casa, nume tutelare della famiglia, integra custode di patrimoni e tradizioni da affidare alla prole numerosa nei tempi della battaglia demografica. Quanto a palpiti e languori, non rimaneva che affidarsi ai ricordi peccaminosi di alcove estetizzanti e segreti tabarin, come se tradimenti e trasgressioni fossero rimasti confinati nei polverosi retrobottega dei separé del primo Novecento.
Eppure, nell’esercizio di un mos maiorum riattualizzato da severe autarchie, il poliedrico Duce non aveva mai smesso di indossare i panni che più gli erano congeniali. Non l’eroe a cavallo, in automobile, in frack, in aeroplano, in motoscafo, né l’istrione alle prese con violini, trattori e leoni, che Malaparte avrebbe ribattezzato come «il grande imbecille», ma il playboy conquistatore, l’instancabile atleta del sesso rapido, la quintessenza del gigionismo nazionale. Quello descritto dal suo cameriere Quinto Navarra, mentre giorno dopo giorno si adoperava alla cernita della miriade di donne che gli si offrivano. Si sa: è al buco della serratura che le più attendibili verità vengono al pettine e non sorprende che fosse un vecchio famiglio, pronto a sputtanarne le abitudini, il testimone più attendibile per rivelarne gusti sessuali, miserie e intimi liquami. Del resto, quelli di Mussolini erano riti arcinoti, quotidiani e quasi meccanici esercizi dispensati con generosità indiscriminata. Anzi, se una preferenza c’era, veniva riservata a spasimanti stagionate, mentre il vecchio socialista che rimaneva in lui anche nell’epoca del fascismo trionfante lo induceva a rifiutare la corte delle pretendenti aristocratiche dal contegno troppo snob.
Ora, un piccolo, ma significativo repertorio delle prede mussoliniane ce lo propone la riedizione di un libro (Mussolini e le donne, Sellerio, pagg. 139, euro 9) di Gian Carlo Fusco, lo scrittore-giornalista che con goliardico talento e caustico sorriso ha descritto, attraverso i vizi e il carattere del dittatore, una vera e propria antropologia del suo popolo adepto. Nell’inventario di donne sedotte raccolto da Fusco, la palma della più importante va a Margherita Sarfatti, e non a Claretta Petacci. È vero: a insidiare, infatti, il legame con la tutt’altro che ignara Rachele non fu l’intraprendente brunetta incontrata dalle parti di Ostia durante una gita automobilistica, che restava in fin dei conti solo e soltanto una «gnocca», quanto la vecchia fiamma socialista, pasionaria e colta allo stesso tempo: un cervello acuto, a cui Mussolini, all’epoca direttore dell’Avanti!, si sottrasse a gran fatica e solo dopo le vigorose strigliate della ruvida paesana di Romagna.
Tutte le altre, in fondo, erano poco più che necessari diversivi del Primo Seduttore, che da vero prototipo dello sbrigativo maschio italiano dall’adulterio facile e poco incline a romanticherie aveva fatto sua la definizione che delle donne aveva dato Papini: «orinali di carne». A condividerne le imprese, la corte dei miracoli descritta con scanzonata parodia da Fusco, la galleria di gerarchi, più o meno d’avanguardia, tutti solerti epigoni del casanovismo del Duce. A cui, però, spetta il primato dello sciupafemmine che non conobbe tramonti, dai tempi delle stamberghe e dei bordelli milanesi a quelli dei lucidi saloni di Palazzo Venezia. I suoi resteranno per sempre ineludibili sfogatoi, nient’altro erano che brutali chiodi fissi di un gallismo vitellone, che non era solo il marchio peculiare del dittatore insaziabile, ma la maschera, un po’ cialtrona un po’ velleitaria, dell’italiano medio dell’epoca (e non solo). Che poteva canticchiare i versi delle canzonette castigate del varietà o illanguidire, moglie sottobraccio, dinanzi ai sentimenti inoffensivi dei telefoni bianchi, ma che ritrovava nella cultura playboy del Capo soggiogatore lo specchio dove ammirare le proprie minime, neanche troppo segrete infrazioni della morale pubblica.
Al fascismo andava bene così. L’edificio del consenso non si costruiva mica solo a Palazzo Venezia, con le adunate, con le scritte sui muri o con le ottimistiche novelle rosa pubblicate in appendice sui giornali femminili. Una spruzzatina di piccante a buon mercato non mancava mai, specie se a braccetto con virilismo e con una dose controllata di esotismo e erotica mondanità. Sognare mondi lontani non era proibito affatto, come dimostrava il successo popolare di storie e viaggi avventurosi regalati dal libro di massa, che non si negava nulla: neanche il prurito dei dandies di Guido da Verona e delle belle fatali di Pitigrilli.