Fassino e la tentazione di perdere

Stefania Craxi

Una dozzina d’anni dopo la sconfitta del 18 aprile 1948, quando gli scioperi di Danzica e l’invasione dell’Ungheria cominciavano a far vedere la dura realtà dei regimi comunisti, tra i reduci del Fronte Popolare sconfitto circolava un’amara battuta: «Per fortuna che ha vinto De Gasperi, pensa quali casini avremmo combinato noi se fossimo andati al governo». La buona stella dell’Italia sta tutta nel coraggio di Saragat ad abbandonare un socialismo frontista e nella determinazione di De Gasperi ad affrontare a muso duro Togliatti. Ma la sconfitta fu anche la fortuna del Pci, che, libero dall’ingrato compito di fare la rivoluzione o di sperimentare sulla pelle degli italiani le miracolose ricette della collettivizzazione, si acconciò a una comoda opposizione che si tramutò presto in potere para governativo.
Ma chi glielo fa fare a Fassino di pilotare il suo partito appena appena rabberciato e scosso da seri scandali, in un’avventura di governo guidata da un personaggio mediocre, con un programma che nessuno conosce, minato da frange estremiste che tutto hanno a cuore fuorché la governabilità del Paese? Fassino ha il merito di aver preso la guida di un partito a pezzi e di avergli ridato una certa consistenza con l’antiberlusconismo e la minaccia: «O diventiamo riformisti o si muore». L’antiberlusconismo ha funzionato ma i Ds non sono diventati riformisti. A sedici anni dal crollo del muro di Berlino i Ds non hanno ancora una identità. Erano e sono rimasti post-comunisti; sembrano sempre sul punto di diventare qualche cosa ma poi rimangono fermi, colmi di nostalgia. Potrebbe il governo fare il miracolo? Ne dubito molto. Se vincessero le elezioni scomparirebbe l’antiberlusconismo e tutti i problemi irrisolti in sedici anni ritornerebbero a galla. Non c’è pagina del programma di Prodi che i Ds potrebbero facilmente votare all’unanimità. E c’è in più il peso della grande finanza e dei suoi giornali che oggi appoggiano ma reclamano per un domani non troppo lontano il partito democratico che per i Ds è qualcosa di più di un boccone amaro. Una saggia permanenza all’opposizione potrebbe invece consentire a Fassino di completare l’opera avviata e fare dei Ds un vero partito, capace di assumere in prima persona la responsabilità del governo, con una ispirazione e un programma largamente condiviso; e anche di condurre a fondo la lotta all’estremismo che ha rinunciato a fare e che segnerà presto la sua condanna. All’opposizione, il Pci e i suoi derivati hanno sempre prosperato. Gli è invece andata sempre male al governo con Berlinguer, Prodi, D’Alema, Amato: non vedo la ragione perché dovrebbe andargli meglio con il Prodi bis. Quanto a me, non mi coprirò certo il capo di cenere se dovessi finire all’opposizione. Anzi. Col governo, o si entra nel coro o si fa il guastafeste, due mestieri che non mi piacciono affatto. Io non ho proprio timore: l’opposizione è bella.
In fondo, noi craxiani siamo sempre stati all’opposizione anche quando Craxi governava. Eravamo e siamo all’opposizione di fronte a quelle forze conservatrici che lavorano per mantenere i loro privilegi di casta, da quelle magistrali a quelle accademiche a quelle burocratiche, di fronte a quei conservatorismi che difendono il passato e impediscono lo sviluppo. Eravamo e siamo all’opposizione rispetto a quelle forze politiche che usano le armi improprie e violente del giustizialismo per sconfiggere l’avversario. Eravamo e siamo all’opposizione di chi difende i garantiti e non le garanzie, di chi vuole una società statica e non attiva, di chi fa l’elogio della concertazione, l’elogio del consociativismo ovvero dell’immobilismo. Eravamo e siamo all’opposizione del politicamente corretto, che sottintende la superiorità morale di chi non ha nessun titolo per darci lezioni di buon costume; eravamo e siamo all’opposizione di quei poteri finanziari, e dei loro giornali, che vogliono sottomettere la politica ai loro interessi. Bettino ci ha insegnato a riconoscere i nostri avversari e se, non ce lo auguriamo, dovessimo finire all’opposizione, ci batteremo come sempre contro di essi, senza paura.