La favola di Pinocchio in 150 anni di fumetti

Carissimo bambino... Le cartoline scritte da un fumettista mentre combatteva al fronte e spedite al figlio sono l'accorato dono cartaceo, uno tra i molti, della mostra «Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino», che apre il 18 gennaio allo Spazio del Fumetto per restare fino al 23 marzo. Cartoline con l'immagine del pupetto in legno. Dietro, il padre in guerra raccontava al suo bimbo la fiaba del cucciolo il cui naso diventava lungo lungo a causa delle bugie; quel monello ingenuo e dal cuore buono amato da piccoli e grandi, tra i quali il giornalista Indro Montanelli che di Pinocchio aveva un culto.
«Il romanzo è uscito nel 1883, per cui ha compiuto 150 anni nel 2013, ma abbiamo voluto onorarlo quest'anno. Non era nostra intenzione legarlo a una scadenza. Vogliamo che la mostra sia un tributo a un personaggio uscito dal libro di Collodi e diffusosi in tutto il mondo come un mito», spiega Luca Bertuzzi, curatore dell'esposizione. Perché definisce la storia con il termine «romanzo»? «Il libro è capace di infondere la grandezza di un'idea che è fiaba e romanzo insieme».
La mostra, patrocinata dalla Fondazione Collodi, inizia con la presentazione di uno scrittore che creò altri romanzi oltre a Pinocchio. La cornice centrale sarà dedicata al celebre libro, diviso per capitoli. Ogni capitolo è scritto su teli alle pareti e corredato dalle illustrazioni che in un secolo e mezzo di cammino hanno colorato matite come quella di Benito Jacovitti, che ne disegnò ben tre versioni, di Carlo Cossio, autore della prima versione a fumetti uscita nel 1937, di Luciano Bottaro. Il bimbo di legno, intagliato dal falegname Geppetto, è diventato una leggenda e come tutte le leggende ormai ha una sorgente imprecisa e un corso a tal punto vasto, che catturarne l'anima e stabilirne i margini è impresa da eroi letterari. In fondo Pinocchio, definito impropriamente un burattino, è un eroe che sfida gli ostacoli titanici dell'esistenza, dalla fede nell'incantato paese dei balocchi alla lotta per la vita quando finisce nella pancia del pescecane, che poi la pellicola di Walt Disney trasformò in una balena forse per collegarsi al ventre del biblico Leviatano. Dischi e spartiti della canzone «Carissimo Pinocchio» di Jonny Dorelli, pupazzi e burattini corredano l'evento che coinvolgerà i piccoli in disegni e laboratori. Speriamo anche che non solo incanti gli adulti ma che li «incarti», nel senso che la carta, svolta sulle avventure del bambino di legno come un fiume abbondante, raccolga i visitatori nella sua pancia, in grado di partorire avventure che si tramandano di mano in mano. Riuscirebbe un eroe creato sul web a raggiungere il fascino, il piglio, l'incantesimo di Pinocchio? No, nel mare del web tutto si perde, perché la rete non ha una pancia come quella di un pescecane, di una balena, di una madre, una madre che Pinocchio apparentemente non ebbe perché era figlio di un ceppo, di una pianta da cui la carta ha origine. Pensiamoci.