La febbre dell’aglio contagia la Cina

La voce del popolo dice che protegge dall’influenza suina. Risultato: i
prezzi sono saliti di 15 volte. La speculazione finanziaria si è buttata
sull’affare. E la pianta è diventata il nuovo "oro bianco"

Questa è una storia che può far storcere il naso. In due sensi. In quello fisico, perché qui si parla di aglio, l'indiscreto incursore delle cucine che risulta notoriamente sgradito a molti. In senso lato, se non addirittura morale, perché di questi tempi, dietro l'acuto sentore del bulbo - incubo mortale dei vampiri tanto quanto vitale sogno a occhi aperti per i cultori della "vera" bagna caoda piemontese - si comincia ad avvertire puzza di speculazione.

A scatenarla sono stati i cinesi, massimi produttori al mondo in termini di quantità, sebbene ai minimi sotto il profilo qualitativo. Robaccia, la loro, da far sorridere "gioielli" nostrani come il siciliano aglio rosso di Nubia (Trapani), quello di Sulmona o ancora il piacentino di Monticelli d'Ongina. I cinesi stanno comunque manovrando due leve: da un lato sfruttano la drastica riduzione delle loro coltivazioni di aglio conseguente al crollo dei prezzi provocato dalla recessione mondiale; dall'altro diffondono ad arte la voce che il bulbo (noto ipertensivo, su questo non ci piove) sia una mano di Dio anche per combattere la temuta influenza suina.

Il combinato disposto di questi fattori - dinamica dei prezzi, paura incontrollata e credulità popolare - a cui potrebbe non essere estranea la potentissima e pluritentacolare mafia dell'ex Celeste impero, ha fatto schizzare in brevissimo tempo le quotazioni "aglifere", cresciute di quindici volte. Dimostrando una volta di più come i comunisti cinesi abbiano imparato in fretta, e a fondo, la basilare lezione del capitalismo: riduzione dell'offerta, più aumento della domanda, uguale tanti soldini in tasca. Con buona pace di Carlo Marx, per non dire del defunto e sepolto compagno Mao.

I premurosi media di regime si sono del resto prodigati nel fare la propria parte. Il principale portale Internet, il China Daily, per fare un nome, si è precipitato a diffondere notizie come quella relativa a una scuola di Hangzou dove il preside si sarebbe approvvigionato di una quantità industriale dell'inedito "oro bianco" - addirittura 200 chilogrammi - imponendoli agli allievi come vaccinazione per via orale. La circostanza che anche la medicina tradizionale cinese si sia ufficialmente espressa in tal senso, non ha fatto altro che gonfiare la domanda e far lievitare i prezzi.

È stato Jerry Lou, strategist della filiale cinese della Morgan Stanley, a spiegare al Financial Times il semplice meccanismo che sta dietro alla speculazione. Mister Lou, che può contare sui rapporti provenienti da Jinxiang, nella provincia dello Shandong, la più prolifica d'aglio, racconta come bastino "un magazzino, parecchio denaro contante e qualche camion. Funziona così: compri il prodotto, lo nascondi in deposito e intanto fai in giro offerte molto alte per spingere i prezzi all'insù. A quel punto il gioco è fatto. Solo spostando la merce da un magazzino all'altro il guadagno è di milioni".

Una follia che ricorda molto quella vissuta in Olanda nel 1634, quando la gente si indebitò per acquistare e piantare in giardino anche un solo bulbo di tulipano, fiore importato da Costantinopoli alla fine del secolo precedente da tale Conrad Guestner e diventato improvvisamente di gran moda. La voce incontrollata di facili arricchimenti moltiplicò il prezzo di bulbi di venti volte in mese. Una bolla speculativa il cui inevitabile scoppio, tre anni dopo, nel 1637, lasciò parecchi olandesi in braghe di tela. Ma in giro, almeno, un buon odore.