Febbre del gioco, è allarme: colpisce un giovane su cinque

Bingo, corse di cavalli, roulette, giochi di carte, «gratta e vinci» e slot machine sono le nuove droghe di numerosi romani, che si rifugiano nel gioco d’azzardo per provare l’eccitazione del rischio o, semplicemente, nel tentativo di arrotondare entrate troppo scarse per arrivare a fine mese. In mancanza di guadagni sicuri, il gioco diventa la promessa di una vita migliore, per sé e la propria famiglia, finendo, in taluni casi, per trasformarsi in una dipendenza. A dimostrarlo sono i dati dello Sportello InfoAzzardo (numero verde 800997750), attivo a Roma dal 2001, proprio per contrastare il gioco d’azzardo. Da una ricerca effettuata nella Capitale dall’equipe del Centro su un campione di 1500 uomini tra 18 e 69 anni, è emerso che il 7,3 per cento è composto da giocatori problematici, il 2,4 da patologici. Più bassi, ma in crescita, i dati femminili, con 3,8 per cento di giocatrici problematiche e 1,8 di patologiche. «Si tratta di numeri molto alti - spiega Cesare Guerreschi, ideatore e fondatore della Società italiana di intervento sulle patologie compulsive, che gestisce lo Sportello in collaborazione con la cattedra di Psicologia generale della Sapienza - se li si raffronta con i dati mondiali sul gioco patologico forniti dall’Oms, che individua una forbice compresa tra 1,5 e 3 per cento di persone affette da tale patologia».
Alle cifre sugli adulti vanno aggiunte quelle sugli adolescenti. Una ricerca effettuata su 695 studenti romani delle scuole medie superiori vede il 18 per cento fare giochi di abilità e un altro 18 per cento frequentare sale scommesse. Il 46 per cento spende da uno a dieci euro per l’azzardo. A seconda delle età cambiano la tipologia di gioco e le motivazioni. Gli uomini preferiscono le corse dei cavalli e sono giocatori cosiddetti «in azione», alla ricerca del brivido e di quello che, nelle tossicodipendenze, viene definito «sballo». Le donne prediligono il bingo e sono giocatrici «in fuga«, che cercano un’alternativa a depressione, ansia e solitudine. Tutti sono affascinati dalle slot machine. Diverse le motivazioni dei ragazzi, che giocano principalmente per divertirsi - 24 per cento - socializzare - 20 per cento - e vincere denaro - 17 per cento - senza dimenticare una sorta di rito di passaggio, che con l’azzardo sembra consacrare l'ingresso del giovane nell'età adulta. I minorenni, ai quali giocare è vietato, riescono a farlo grazie alla «distrazione» dei gestori. D’altronde, trovare luoghi ad hoc sembra essere molto facile. «Dai colloqui fatti con chi si è rivolto allo Sportello - prosegue Guerreschi - è emersa la grande facilità con cui qui è possibile trovare bische clandestine, presenti in numero decisamente superiore a quello di altre città italiane». La gente si accosta al gioco, in forma solitaria, per curiosità e perché pensa di potersi divertire. Per alcuni, però, il divertimento si trasforma in ossessione. Distrazione, ansia, aggressività verso gli altri e se stessi, insonnia e dimagrimento possono essere sintomi di tale patologia. Campanelli d’allarme, validi pure per i giovani. «Se un ragazzo, a scuola, non si applica più, diventa aggressivo verso genitori e insegnanti, comincia a frequentare gruppi diversi dal proprio, rimane improvvisamente sveglio fino a tardi, fa un uso smodato di internet, è possibile che stia sviluppando una dipendenza dal gioco. Bisogna tentare di verificarlo, parlando con lui, e, se è necessario, controllando nelle tasche dei suoi vestiti, dove, a volte, rimangono ricevute delle giocate». La terapia, in questi casi, è quella per una vera dipendenza. Si comincia rivolgendosi a centri specializzati - «Spesso chi lo fa tergiversa e impiega molto tempo per ammettere di avere un problema» - poi si passa ai colloqui con equipe specializzate di medici e psichiatri. «Bisogna capire quando e perché sia nato il problema - conclude Guerreschi - e studiare un programma terapeutico. Non si esclude l’uso di farmaci: il 90 per cento dei giocatori è affetto da depressione e ha bisogno di qualcosa che equilibri il suo umore. La cura, in media, dura 18 mesi».