Fece i salti mortali vietati ai maggiorenni

La madre gli insegnò «a vedere Dio nella faccia degli altri». E lui rimase fedele a quel dettato anche a costo di passare per un corruttore di giovanetti emarginati

Da piccino fu attratto dagli acrobati come se presentisse i funambolismi ai quali da grande ricorse per creare la sua prodigiosa organizzazione. Quando nella natia Castelnuovo c’era la fiera, il bimbo si metteva in prima fila per studiare da vicino saltimbanchi e prestigiatori. Poi li imitava davanti ai ragazzi del vicinato. Piroettava con le pentole sulla punta del naso e camminava in equilibrio su una corda. Prima di concludere lo spettacolo, invitava tutti a pregare con lui. Fu infatti sempre un gran bacchettone, amante dei digiuni e votato alla castità.
La madre era molto pia e gli insegnò «a vedere Dio nella faccia degli altri». Il padre, un contadino povero, morì quando il Nostro aveva due anni. In casa, perciò, non c’era il becco di un quattrino e il ragazzino, per mantenersi agli studi, si ingegnava a fare lavoretti. Ne imparò tanti che avrebbe potuto dirigere un bazar. Sapeva fare il sarto, il fabbro, il barista, il pasticciere. Dava inoltre ripetizioni e suonava abilmente sia l’organo sia la spinetta.
Cresciuto, si trasferì a Torino. Qui, capì che il mondo era più complicato di quanto immaginasse e scoprì la sua vocazione: togliere i ragazzini dalla strada. Quella in cui visse, fu un’epoca di passaggio. L’industria era ai primi passi e le macchine di nuova invenzione, sostituendo la manodopera, creavano disoccupazione. Turbe di giovanetti famelici si aggiravano per i quartieri, pronti al delitto per sfamarsi. Il Nostro facendo leva sulle sue capacità, per così dire, di giocoliere, attirava i ragazzetti coi trucchi, gli equilibrismi e le altre amenità apprese nelle saghe paesane. A quanti lo seguivano allettati, dava un ciotola di minestra e un tetto. Naturalmente, per tenere in vita questa assistenza, doveva fare ben altri salti mortali. Convincere i proprietari di terreni ad affittarglieli e a permettergli di costruire baracche per i giovani rifugiati, trovare collaboratori per occuparli, solleticare il buon cuore di qualche riccone perché finanziasse l’ambaradan.
I primi anni furono duri. Spesso cacciati dai luoghi dove si trovavano, il Nostro e le sue truppe trasmigravano da un capo all’altro della città. I soldi non bastavano, i benefattori erano scarsi. Le autorità poi erano preoccupate per il «potenziale rivoluzionario» di quelle bande giovanili che obbedivano unicamente a un uomo e a un suo solo cenno. Ovunque traslocassero, la polizia sorvegliava l’insediamento e i benpensanti, che non mancano mai, sospettavano che fosse un centro di immoralità. Col tempo però, l’organizzazione mise radici più salde.
Gli sbandati impararono un mestiere sotto la guida del Nostro che ne conosceva tanti. All’interno della comunità, sorsero laboratori di falegnameria, calzoleria, sartoria, rilegatura di libri, ecc. Fu così che il leader di queste bande redente diventò una celebrità. Tanto crebbe la sua fama che finì per potersi permettersi tutto. Perfino di rivolgersi al re per ammonirlo. E fu quanto successe.
Vittorio Emanuele II era in dubbio se firmare la legge che sopprimeva i conventi. Eravamo infatti alla vigilia del Risorgimento e l’anticlericalismo dilagava. Il Nostro che, come sappiamo, era un baciapile, ebbe allora un «sogno» quanto mai opportuno. Gli apparve un valletto di corte portatore di un ferale annuncio: «Grandi funerali a Corte». Al risveglio, prese carta e penna e scrisse al re per avvertirlo che «si regolasse in modo da schivare i minacciati castighi e di impedire a ogni costo questa legge». Era il 1851. Quattro anni dopo, ai primi di gennaio 1855, il re era ormai orientato a licenziare il decreto. Ma, all’improvviso, successe il finimondo. Il 12 gennaio spirò la regina madre. Il 20 gennaio, morì a 33 anni la regina Maria Adelaide, moglie del re. L’11 febbraio, fu la volta del fratello del re, Ferdinando di Savoia, 33 anni pure lui. Il 17 maggio, morì, ad appena quattro mesi, l’ultimo nato di Vittorio Emanuele. Un’ecatombe. Torino era attonita, il re disfatto. Ma furente contro il menagramo.
Il Nostro era, per certi versi, un uomo inquietante. Un suo scritto fu una volta sottoposto al noto grafologo Fra’ Gerolamo Moretti, tacendogliene la provenienza. Il responso fu uno shock: «È di una insincerità così bene architettata da rovinare un’intera generazione... uno di quegli individui che sarebbe meglio non avessero mai aperto gli occhi alla luce». Il frate, ignaro che si trattasse del famoso benefattore, proseguiva così: «Ha molta facilità all’intenerimento sessuale e metterebbe in azione ogni sforzo per colpire la vulnerabilità delle anime a piegarle ai suoi intendimenti morbosi». Pareva la conferma delle voci che già circolavano sui rapporti tra il Nostro e la sua comunità di giovani. C’era evidentemente in lui qualcosa di ambiguo se anche il suo padre spirituale, Giuseppe Cafasso, poi diventato santo, ebbe a dire: «Se non fosse che lavora per la gloria di Dio, direi che è un uomo pericoloso. Un enigma».
A questi pregiudizi dei contemporanei si è aggiunta di recente una ricostruzione dei fatti di Guido Ceronetti. Lo scrittore ha apertamente parlato di «casta omosessualità» del Nostro, che oggi è santo.
Chi era?