Fecondazione, Corte di Strasburgo: «Il no all'eterologa non vìola i diritti umani»

I giudici bocciano il ricorso di una coppia austriaca malata di fibrosi cistica: «Visto l'alto numero di questioni etiche, il paese deve godere di un ampio margine di manovra nel regolare l'uso di questa tecnica». La sentenza avrà un peso decisivo in Italia anche sulla battaglia contro la legge 40

Impedire per legge alle coppie sterili di ricorrere alla fecondazione in vitro non è più una violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Lo ha stabilito la grande camera della Corte di Strasburgo che con la sentenza resa pubblica oggi ha rovesciato la precedente sentenza emessa 19 mesi fa da una delle camere della stessa Corte.
Non è la prima volta che la Grande Camera compie un cambio di rotta di 180 gradi rispetto alla prima sentenza su tematiche altamente sensibili (ad esempio il caso italiano del crocifisso nelle aule scolastiche). La sentenza odierna - che potrebbe influenzare la decisione della Corte anche su un ricorso ancora pendente presentato da italiani contro la legge 40 - riguarda due coppie austriache che si sono rivolte a Strasburgo nel lontano 2000 sostenendo che la legge austriaca sulla fecondazione in vitro ledeva il loro diritto a formare una famiglia e le discriminava rispetto ad altre coppie che potevano ricorrere a questa tecnica. Per le due coppie la fecondazione in vitro con donazione di sperma o ovuli era l'unica soluzione per poter procreare. In una prima sentenza, emessa il primo aprile 2010, la Corte di Strasburgo aveva dato ragione alle due coppie, e aveva quindi condannato l'Austria a cambiare la legge, sostenendo che proibire il ricorso alla donazione di ovuli e sperma per la fertilizzazione in vitro è ingiustificato e costituisce una violazione dei diritti garantiti dalla convenzione europea per i diritti dell'uomo. Ma il governo austriaco, sostenuto anche da quello italiano e tedesco, ha chiesto e ottenuto una revisione del caso davanti alla Grande Camera. E non invano, visto che con la sentenza di oggi la Corte, nella sua più alta e definitiva istanza, ha ribaltato il primo giudizio. I 17 giudici hanno sottolineato che dato l'alto numero di questioni etiche sollevate in Austria dall'utilizzo della fertilizzazione in vitro, il paese deve godere di un ampio margine di manovra nel regolare l'uso di questa tecnica, e che quindi la legge, com'è formulata, non viola i diritti delle due coppie. Questa nuova sentenza avrà probabilmente ripercussioni anche sul ricorso presentato lo scorso giugno da una coppia italiana contro la legge 40. Essendo affetti da fibrosi cistica marito e moglie vorrebbero servirsi della fertilizzazione in vitro per poter fare uno screening embrionale, ma l'attuale legge italiana non lo consente.