«Fede e scienza unite perché un caso Galileo non si ripeta più»

Il cardinale Poupard protagonista del dialogo tra cultura scientifica e cristianesimo

La scienza «non è un assoluto astratto», la Bibbia non ci insegna come funziona il cielo, ma come andarci, scienza e fede non devono essere in opposizione. Da molti anni il cardinale francese Paul Poupard, Presidente del pontificio consiglio della cultura, lavora non senza difficoltà per avvicinare due mondi spesso distanti.
Eminenza, che cos’è l’infinito?
«Direi che infinito è un termine infinito, cioè analogico e ha una vasta gamma di significati fin dall’antichità. Possiamo dire che è anche ciò che non ha fine e dunque per esprimere l’infinitezza siamo costretti a ricorrere a termini negativi: ciò che non ha limiti. Questo concetto ci fa riflettere sulla nostra finitezza. Come possiamo pensare noi, che siamo limitati, di poter abbracciare ciò che non ha limiti?».
Che ruolo ha la nozione di infinito in teologia?
«Bisogna tornare al San Tommaso e alla sua Summa, dove troviamo trattata l’infinità di Dio. Tommaso assegna a Dio tutte le migliori qualità dell’uomo: l’intelligenza, la bontà, la bellezza etc., ma negandone la finitezza. Per la nozione teologica dell’infinità di Dio siamo costretti ad adoperare categorie finite, portando il nostro meglio e negandone la finitezza. È un mistero «fascinans et tremendum», diceva Rudolf Otto. In tutte le religioni troviamo teofanie dove la divinità è portatrice delle massime qualità umane alle quali è stata tolta la categoria del limite. Poi c’è il cristianesimo e il suo paradosso: Dio, l’infinito, si è fatto uomo. Giovanni Paolo II disse a Betlemme che il “nostro tutto” è quel bambino appena nato, “indifeso e totalmente dipendente dalle cure di Maria e di Giuseppe”. Questo spalanca un abisso di riflessione e cercheremo durante il convegno di Roma di affrontare il tema con un approccio interdisciplinare».
È possibile una collaborazione tra fede e scienza?
«La difficoltà è grande, perché ogni scienza ha la sua specificità e la sua epistemologia. E c’è sempre il rischio di sconfinamenti».
Sono in contrasto tra di loro?
«Nella cultura comune c’è una forma di riverenza di fronte alla scienza come se essa fosse un assoluto astratto! Invece la scienza progredisce non in modo lineare, ma per salti che spesso negano quella che era la verità della vigilia. Gli scienziati mettono spesso in crisi i paradigmi dei loro predecessori. Per questo io, che mi occupo di questi argomenti da molti anni, ho partecipato a dialoghi su fede e scienza promossi in varie parti del mondo, da Princeton a Hong Kong, e mi sono sempre trovato davanti a una problematica diversa. Comunque, per venire alla sua domanda, non c’è contrasto tra fede e scienza, perché, come si legge nell’enciclica Fides et ratio, esse sono due ali che ci portano verso l’alto».
Entrambe rischiano di trasformarsi in ideologia...
«Certo, e questo vale anche per la Bibbia, che non va utilizzata come un libro di scienza. Amo ripetere spesso la frase del cardinale Cesare Baronio: “La Bibbia non ci insegna come va il cielo, ma come andiamo al cielo”, cioè ci presenta l’amore di Dio e la via della salvezza. Lo fa usando generi letterari diversi che appartengono, per dirla con Pascal, ad un altro ordine rispetto a quelli della scienza».
Che cos’è invece lo scientismo?
«È la scienza ridotta a ideologia, la scienza al di fuori della sua competenza. Sarebbe più corretto parlare sempre di scienze, perché il metodo della fisica, ad esempio, non è lo stesso di altre discipline. La tentazione del positivismo è stata quella di credere che esista un solo modello di conoscenza. Eppure una delle realtà umane più importanti è l’amore, ma la scienza su questo mi può dire davvero poco».
Come nasce il progetto Stoq?
«Nonostante il nome possa apparire un po’ criptico, mira a creare un nuovo clima di dialogo all’interno della Chiesa cattolica tra la cultura scientifica e ciò che possiamo chiamare la cultura della fede, che si nutre della rivelazione e dell’umanesimo cristiano. È figlio diretto della Commissione di studio del caso Galileo, istituita da Giovanni Paolo II nel 1981 e da me presieduta. La lezione permanente che rappresenta il caso Galileo ci spinge a mantenere vivo il dialogo tra le diverse discipline e, in particolare, tra la teologia e le scienze naturali, se vogliamo evitare che in futuro si ripetano episodi simili».