La fede nel RinascimentoCosì l'arte sfiora il miracolo Ecco come nascono gli ex voto

Meteora, cometa rossa, fulmine globulare, palla di cannone. Comunque la si voglia interpretare, la scia di fuoco che attraversa il cielo della Madonna di Foligno è raffigurazione e ricordo di pericolo o calamità incombente (val la pena di ricordare che il passaggio della cometa di Halley nel 1456 fu accolto come premonizione di guerra, peste e carestia). Il dipinto di Raffello è considerato tradizionalmente un ex-voto, realizzato cioè a seguito di un voto (la locuzione latina estesa è ex voto suscepto). Il committente, in questo caso Sigismondo de' Conti, a seguito dell'accoglimento di una sua preghiera, effettuata in un momento di forte rischio o incertezza, ringrazia il destinatario della sua richiesta (Dio, la Vergine Maria, i Santi, ma l'usanza non è solo cattolica). Si tratta di una modalità di rapporto con il divino che viene per lo più assimilata alle forme di devozione popolare. Chiunque sia mai entrato in un santuario mariano si sarà soffermato davanti alle tavolette votive, siglate con l'acronimo PGR-per grazia ricevuta: scene di momenti eccezionali di vita quotidiana, incidenti automobilistici, incendi, inondazioni, bimbi che cadono da un balcone, scale che si rompono, la zona rapidissima d'intersezione tra il nostro tempo ordinario e il miracolo. Testimonianza di epoche in cui la morte era la regola e la guarigione evento straordinario. Queste rappresentazioni, che procurano nausea con la loro ripetitività al filosofo dell'arte Georges Didi-Huberman, e che invece Federico Zeri chiamava «La Cappella Sistina dei poveri», hanno anche un equivalente nelle espressioni artistiche più elevate. Dipinti, sculture, ma anche chiese, sono spesso frutto di un voto, il ringraziamento di un potente per una vittoria militare o la nascita di un figlio, ma anche il segno di gratitudine di una comunità per una pestilenza che se ne va...
I Milanesi possono vederla a Brera, Raffaello la deve aver studiata con attenzione a Urbino: la Pala di Montefeltro (1472), in cui San Giovanni Battista e San Girolamo assolvono a funzioni compositive e iconologiche molto simili a quelle della Madonna di Foligno, segna un momento drammatico nella vita del duca Federico, rappresentato inginocchiato e in armi, come se fosse appena tornato da una battaglia. Ha appena perso la moglie Battista Sforza, ma ha avuto da lei un erede, Guidobaldo, e ha conquistato alcuni castelli strategici della Maremma: l'armatura stessa nel dipinto sembra venir offerta alla Madonna.
Stringiamo il campo, 1496, una manciata di anni prima del dipinto di Raffaello. Francesco II Gonzaga guida le truppe della Lega Santa a Fornovo. Affronta i Francesi di Carlo VIII. Dalla sua l'imperatore Massimiliano, il re di Spagna Ferdinando, Ludovico il Moro signore di Milano e i Veneziani. Una guerra mondiale nel catino della Cisa: Francesco, vittorioso, rientra a Mantova, e scopre che un usuraio ha comperato una casa in borgo San Simone e a capriccio ha cancellato l'immagine della Madonna che si vedeva in facciata con il proprio stemma. Condanna dunque l'uomo a pagare una cappella e una pala devozionale, che affida al Mantegna. La Madonna della Vittoria viene sistemata nella cappella eretta dopo l'abbattimento della casa del banchiere: l'abusivismo allora si combatteva così. Francesco, circondato dai santi militari, viene effigiato nel dipinto con espressione piena di gratitudine verso la Vergine: l'aria sorniona è forse ascrivibile alla soddisfazione di far pagare a un altro il proprio ex voto.
E se la redazione della Madonna di Foligno è intermedia ai due memorabili ex voto che Jacopo Pesaro, vescovo di Pafo, commissiona al giovane Tiziano per ricordo della vittoria di San Maura, il capolavoro postremo del titano veneziano, la “Pietà” (1576), con i suo 4 metri per 3 e mezzo, è forse il suo più grande quadro votivo mai realizzato, nel turbine della peste, per un altare dei Frari dove il pittore grazie a quest'opera aveva ottenuto il permesso di essere sepolto. Un ex voto impossibile, quasi uno scambio sacrificale tra sé e la città, in cui Tiziano si rappresenta nelle vesti di Nicodemo, a implorare inginocchiato la salvezza per Venezia, oltre la propria morte, come un viaggio al termine della notte che ha finito per smangiare la sua pittura.