Le felici fatiche dell’attrice in «maternità»

Fare l’attrice? Può essere terapeutico e riposante per chi durante il giorno deve combattere coi figli da portare a scuola, con le introvabili figurine dei Gormiti («Il vero mostro è chi l’ha inventati!»), con la spesa al supermercato, coi parcheggi impossibili e con un marito tirato di nome Otto. Per la prima volta da sola in palcoscenico, Francesca Nunzi in La signora in rosso... fisso, ai Satiri fino al 4 maggio con la regia di Antonio Giuliani, mette in scena la sua doppia vita tra sorrisi, ricordi, sogni e bisogni. Avvolta in un vestito pomodoro, sollecitata da un napoletano efficiente e tempestivo e contornata da vecchi oggetti da cantina (ci sono anche tre dei sette nani in versione musicisti), la Nunzi rievoca i suoi inizi artistici («A 16 anni cantavo stornelli romaneschi da Meo Patacca»), scorre il film della sua professione e approda a un divertente e realistico bozzetto del quotidiano che si fa convincente ritratto di una donna affaticata e felice. Tacchi a spillo e veline, canoni in fotocopia contro le repliche tv e giri giusti da frequentare, truccatori invasivi e indimenticabili parrucche, gavetta e corsi di recitazione, provini decisivi e pappe da preparare, feste alternative, i segreti di Martina Stella e due vecchie canzoni (una spassosa Santa Lucia in versione giapponese e una toccante melodia da un anonimo romanesco del ’700). Versatile, autoironica e intonata, la Nunzi, autrice anche del testo, si confessa in pubblico lasciando trasparire qua e là il rimpianto di una carriera in parte compromessa dalla faticosa gioia di essere madre. Una bella lezione di recitazione che mette al centro la fatica di esibirsi e non il piacere effimero del moderno apparire.