FEYNMAN Il volto umano dell’atomica

Addentrarsi nella vita privata delle personalità pubbliche può essere un’esperienza deludente, perché ciò che scopri può intaccare la tua ammirazione. Con Richard P. Feynman non succede. Il suo epistolario Deviazioni perfettamente ragionevoli dalle vie battute (Adelphi, pagg. 370, euro 30) è pieno di belle scoperte, non soltanto in campo scientifico.
In Italia Feynman è conosciuto soltanto dagli addetti ai lavori, scienziati, professori e studenti di fisica e di matematica, ma in America divenne una celebrità grazie al Premio Nobel vinto nel 1965, e tale rimase fino e oltre la sua scomparsa, nel 1988. Esperto di fama mondiale in meccanica ed elettrodinamica quantistica, durante la seconda guerra mondiale fu uno dei giovanissimi ricercatori del Progetto Manhattan che portò alla realizzazione della prima bomba atomica, e nel 1986 diede un contributo decisivo alla commissione di inchiesta sul disastro del Challenger. Fu amatissimo non solo dagli studenti, ma anche dalla gente comune, che poteva apprezzare in televisione i documentari con le sue performance in ambito divulgativo.
Nelle missive raccolte, selezionate e ordinate cronologicamente dalla figlia - scritte o ricevute a partire dal 1939 - si trovano le tappe più importanti della sua carriera e molti spunti per ricostruire le sfaccettature del suo carattere. L’immagine complessiva che ne emerge è quella di un uomo innamorato della scienza, dell’insegnamento, della famiglia e degli amici. Innamorato e ricambiato.
Cruciali per lui furono gli anni della guerra, quando lavorò per il governo degli Stati Uniti in una località segreta del New Mexico, lontano dalla moglie malata di tubercolosi. Anni febbrili, in cui l’eccitazione per ogni nuova scoperta si alternava ai lunghi racconti alla madre, ai prosaici bilanci delle entrate e delle uscite, e alle tenere dimostrazioni di affetto per la consorte. È una sua lettera a introdurci al poliedrico fascino del marito: «Sono molto innamorata di Richard, l’uomo, il marito, l’amante, il padre, lo scienziato, lo scemo». La moglie morì nel giugno del 1945, troppo presto per leggere il resoconto dettagliato della prima esplosione controllata di un ordigno nucleare nel deserto, ma appena in tempo per godersi la descrizione della prima sbornia del marito, il 9 maggio, durante i festeggiamenti per la vittoria degli Alleati in Europa.
Una trentina di anni dopo, a un ragazzo inglese di quindici anni che gli scrisse per chiedergli come mai avesse partecipato al progetto della bomba, rispose: «Caro Malcolm, è vero, ho lavorato alla bomba atomica. La ragione principale era che avevo paura che i nazisti la costruissero per primi e conquistassero il mondo». In conseguenza della notorietà e della simpatia, molta gente comune cominciò a scrivergli chiedendo pareri sulle proprie bizzarre teorie, come la possibilità di creare o di indurre l’invisibilità o di registrare i propri sogni su nastro magnetico. Feynman dedicava a tutti la stessa attenzione e lo stesso rispetto.
La passione viscerale per l’insegnamento può forse spiegare il suo interesse per le vicende di perfetti sconosciuti. Magistrali, ad esempio, i suoi consigli a chi desiderava darsi alla ricerca scientifica, come: «Studi intensamente ciò che più le interessa nella maniera più indisciplinata, irriverente e originale possibile». Stupisce, invece, la scarsezza di corrispondenza con i suoi «pari». Colpisce anche la sua onestà intellettuale, perfino nei riguardi di chi lo rimproverava duramente per la sua «colossale ignoranza» e vanità. Lungi dal negare o glissare, Feynman dava loro ragione e li ringraziava senza ironia, con il buon senso di chi sa che dai propri errori c’è sempre da imparare. O forse con la coscienza di applicare alla sua vita il metodo scientifico per prova ed errore, lo stesso con cui era arrivato a vincere il Nobel.
Si professava «totalmente ignorante in fatto di politica», ma ciò non gli impedì di rifiutare diversi inviti a conferenze internazionali organizzate in Unione Sovietica durante la guerra fredda, motivando il diniego con la mancata concessione della libertà di movimento agli scienziati russi. Esilarante il suo tentativo, reiterato caparbiamente per anni, di uscire dalla prestigiosissima National Academy of Sciences, non per un atteggiamento snobistico, ma a causa di una reale insofferenza verso l’autoreferenzialità di quell’istituzione.
Tra le lettere più emozionanti c’è sicuramente quella in cui, ormai sessantatreenne, risponde ai complimenti per la sua incrollabile curiosità e passione nell’esplorazione di nuove vie. Feynman condivide con l’interlocutore un suo ricordo d’infanzia, quando il padre lo prendeva sulle ginocchia e gli leggeva le voci dell’Enciclopedia Britannica. E di fronte ai fenomeni descritti, poneva instancabilmente a se stesso e al figlio la domanda: «Che cosa vuol davvero dire questo?». Come a significare che la sua vita non fu nient’altro che un tentativo appassionato di rispondere a quella sola, semplice domanda.