Figli, bibbia e moschetto. Per Scurati è il futuro perfetto

Venezia, anno 2092: dopo lo scioglimento dei poli e l’innalzamento del livello degli oceani la città è stata sepolta dall’acqua, ma adesso per fortuna (o per sfortuna) i cinesi l’hanno comprata, rimessa a nuovo, isolata dai cavalloni dell’Adriatico con una gigantesca cupola trasparente e infine trasformata in un parco-giochi per miliardari. Spettacoli crudeli, per la precisione giochi circensi: torme di gladiatori si sfidano all’ultimo sangue nel «Superdome», un edificio che sembra la riedizione post-moderna del Colosseo.
Il protagonista de La seconda mezzanotte di Antonio Scurati (Bompiani, pagg. 343, euro 19) si fa chiamare «il Maestro» ed è l’unico gladiatore riuscito a toccare la veneranda età di quarant’anni. Con la descrizione del modo in cui si selezionano i guerrieri destinati a scendere nell’arena, il romanzo entra a regime: i combattenti più esperti, armati di bastone, voltano le spalle a gruppi di cinque candidati. Poi i veterani, ad un cenno del Maestro, ruotano all’improvviso il busto, spezzando con il bastone le gambe dei più sprovveduti fra gli aspiranti gladiatori. Nella scena successiva, le ossa rotte saranno steccate alla bell’e meglio...
Il resto del romanzo, scritto in uno stile che per carità di patria definiremo asiano, è una sequenza di stupri, di scontri sanguinosi, di uccisioni grandguignolesche. Di spedizioni nei meandri putrescenti di una Venezia ridotta ad immensa corte dei miracoli. Blade runner e La morte a Venezia, il fumetto e il Diario dell’anno della peste di Defoe, il B-movie “fricchettone” e Fight club: La seconda mezzanotte trabocca di trovate sensazionali, di episodi inenarrabili e per questo subito narrati, ma è soprattutto lo strumento pop con il quale l’autore, intellettuale “impegnato”, manda a dire al popolo quel che rischia se continuerà a comportarsi male, a «non capire». Solo l’obiettivo edificante legittima il ricorso massiccio al pastiche, il compiacimento nella violenza, l’onnipresente connubio fra guerra e festa. Scurati, in fondo, ha il diritto di compiere un simile azzardo, perché è uno dei pochi scrittori italiani della sua generazione ad aver percorso a grandi giornate una carriera letteraria che ha il pregio della coerenza. Vincitore del Campiello nel 2005 con Il sopravvissuto, secondo al premio Strega nel 2009 con Il bambino che sognava la fine del mondo, Scurati è ossessionato dall’apocalisse, come pure dalla convinzione che l’uomo contemporaneo sia incapace di distinguere fra realtà e illusione. In verità, questa incapacità è molto più antica di quanto si vorrebbe lasciar credere, ma ciò non toglie che La seconda mezzanotte sia il suo romanzo più intimo e riuscito perché mette insieme la causa e l’effetto, la nausea mediatica e l’apocalisse truculenta. Con, a sorpresa, un bonus track in più: la denuncia, dal sapore curiosamente mussoliniano, dell’ultimo scandalo, la tendenza occidentale e in particolare italiana a non fare figli. Sintomo, ovviamente, di nichilismo galoppante. A Nova Venezia (questo il nome assunto della città dopo la trasformazione in gigantesco luna-park) ai non-cinesi sono severamente proibite tre cose: possedere armi da fuoco, credere in Dio e riprodursi. Il Maestro, per diventare padre, sarà costretto ad impugnare un coltello e ad estrarre dalla carne viva del braccio un simpatico aggeggio imposto dallo Stato: un dispenser sottocutaneo che rilasciando degli ormoni blocca la fertilità. E poi a nascondere con cura la ferita, prova della più grave delle effrazioni.
Ora, ognuno è libero di immaginare l’inferno sulla terra come meglio crede, ma ad una condizione: che il contrario di quell’inferno costituisca un paradiso credibile. Capovolgete i tre divieti: ed otterrete un mondo in cui tutti girano armati, fanno molti figli e pregano da mane a sera. Un far west popolato da prolifici integralisti dal grilletto facile? Quasi quasi meglio i cinesi.